COME ELIMINARE I BRUFOLI DAL VISO

Utili suggerimenti su come eliminare i brufoli dal viso, partendo dal presupposto che spesso sono causati da un eccessivo stress o da uno stile alimentare sbagliato: vediamo insieme come risolvere questo fastidioso problema

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Se siete alla ricerca di consigli su come eliminare i brufoli, siete nel posto giusto. Questo fastidioso inestetismo, spesso può causare notevoli problemi a livello interpersonale, soprattutto quando compaiono nella fase più delicata dell’esistenza umana, ovvero l’adolescenza.

Per un adolescente non è mai facile accettare il proprio corpo e il proprio aspetto che cambia, soprattutto quando sul viso iniziano a comparire questi sgradevoli punti rossi e bianchi. Ma a cosa sono dovuti i brufoli? I brufoli sono un disturbo dell’epidermide dovuto, nella maggior parte dei casi, ad un cambiamento ormonale, per tale ragione spesso si presentano sul volto dei giovani, i cui ormoni si apprestano ad essere modificati, ma non meno frequenti sono i brufoli sottopelle.

Ma spesso, i brufoli compaiono anche sul viso o sul corpo di coloro i quali sono un po’ più avanti con l’età, come mai? Per rispondere a questa domanda, è necessario comprendere che l’acne può essere una risposta fisiologica del nostro corpo, verso agenti interni ed esterni.

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Per eliminare i brufoli è indispensabile una buona igiene quotidiana

Nello specifico, i brufoli possono comparire sul viso in un periodo di forte stress, possono essere causati da qualche infezione batterica, oppure si possono presentare come una reazione allergica a particolari creme o cosmetici.

Anche l’alimentazione influenza la comparsa di questo inestetismo, soprattutto quando si esagera con le fritture e i grassi, mettendo sotto sforzo il fegato, tendenzialmente possono comparire nella zona del mento se si mangia troppa cioccolata o cibi piccanti.

Per le donne, se compaiono frequentemente, possono indicare un problema a livello ginecologico, perché spesso rappresentano il primo campanello di allarme per l’ovaio policistico, in questo caso vi consigliamo una visita dallo specialista.

COME ELIMINARE I BRUFOLI: ALCUNI CONSIGLI

Se volete, quindi, sapere come eliminare i brufoli, è indispensabile come prima cosa iniziare a condurre una vita sana, non esagerando con il cibo e pensando un po’ più a se stessi. Lo stress, infatti, può causare molti più danni di quello che si pensa, il primo passo, anche in tal senso, deve partire da noi, dobbiamo concentrarci sulle cose importanti della vita, riuscendo, ogni giorno, almeno a ritagliarci mezz’ora da dedicare a noi stessi, alle nostre riflessioni e alla nostra meditazione, eliminando tutto ciò che viene definito superfluo.

prodotti che utilizziamo sul viso devono essere di qualità, sia le creme che il fondotinta, cerchiamo di acquistarli solo presso negozi autorizzati o su internet, sempre tramite siti già conosciuti.

Tra i diversi consigli su come eliminare i brufoli è indispensabile la corretta igiene quotidiana. Il nostro viso, così come le nostre mani, entra quotidianamente in contatto con virus e batteri, proviamo a pensare alle nostre mani in un mezzo pubblico che si appoggiano sul corrimano, dove si sono appoggiate centinaia di mani più o meno pulite. Quelle stesse dita, nel corso della giornata, si poggeranno sulla nostra faccia, pertanto è fondamentale lavarsi il viso la mattina, ma soprattutto la sera, prima di andare a dormire, dopo essersi struccate utilizzando un sapone neutro. Bisogna evitare di truccarsi eccessivamente, sia quando ci sono i brufoli sul viso che quando non ci sono.

Se l’acne non passa e continua ad aumentare giorno dopo giorno, potete rivolgervi ad un dermatologo che saprà darvi i giusti suggerimenti su come eliminare i brufoli, alternando qualche pomata ai saponi specifici per il disturbo. Molto indicati, in questi casi, anche il gel a base di aloe vera o una maschera a base di argilla. Ricordate, comunque, di evitare di “schiacciare” i brufoli, utilizzando le dita, perché potreste generare una reazione allergica non indifferente.

COME ELIMINARE I BRUFOLI DAL VISO: RIMEDI NATURALI

Ecco alcuni suggerimenti su come eliminare i brufoli dal viso, utilizzando prodotti di uso comune. Impacchi caldi, sia con acqua che con the nero o con the verde, utilizzando un dischetto struccante e premendolo direttamente sul brufolo, anche diverse volte al giorno.

Latte. Immergere un dischetto di cotone nel latte e passarlo sul viso, lasciando agire per qualche minuto e poi risciacquare. Acqua e bicarbonato. Lavare il viso con acqua e bicarbonato, oppure immergere un dischetto di cotone in una soluzione diluita e poi sciacquare con acqua.

Dentifricio. Applicare del dentifricio direttamente sui brufoli, lasciando agire per qualche ora e poi risciacquare. Miele. Applicare del miele nella zona colpita dai brufoli, lasciando agire per almeno mezz’ora, anche due volte al giorno, sciacquando il viso delicatamente con acqua.

Aceto o limone. Passate sui brufoli un batuffolo di cotone immerso nell’aceto bianco o nel limone. Aglio. Strofinate dell’aglio direttamente sui brufoli, lasciando agire per qualche minuto e poi lavando la zona con acqua tiepida.

Ghiaccio. Se i brufoli sono molto ingrossati potete applicare un po’ di ghiaccio, che allevierà anche il prurito. Olio di the. Applicare sul viso dell’olio di the diluito in acqua, lasciando agire per qualche minuto e poi risciacquare.

Come Eliminare i Granelli di Miglio dal Viso.

I granelli di miglio sono delle piccole cisti bianche che si formano sul viso e uno dei metodi migliori per eliminarle è quello di struccarsi bene ogni sera. Vediamo insieme tutti gli altri consigli per eliminare questo inestetismo

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granelli di miglio sono delle piccolissime cisti di colore bianco o giallo che compaiono sul viso delle donne. Questi puntini sono, sotto l’aspetto tecnico, delle cisti di cheratina e quando si formano sembrano tanti piccoli brufoli e non sono diradate, ma sono localizzate in uno o più punti del volto. Le zone maggiormente colpite sono le palpebre, la fronte, gli zigomi, il mento, perché si tratta di zone ricoperte da una sottile peluria e ricche di ghiandole sebacee.

Se i grani di miglio compaiono sul vostro viso non preoccupatevi, perché non sono pericolosi cercate piuttosto la soluzione migliore per voi, per eliminarli, perché essi possono avere diverse cause. Queste piccole cisti sono scatenate da qualcosa che ha fatto male alla nostra pelle, che può essere un’ustione o un piccolo trauma.

Avete notato che compaiono sul vostro viso dopo aver fatto la pulizia del viso? Questa è una delle cause scatenanti, in particolare quando la pulizia del viso viene fatta in maniera troppo intensa o con troppi sfregamenti. Il trucco è un altro principale indiziato, soprattutto se sono stati usati prodotti di bassa qualità che impediscono alla pelle di respirare. Quando la pelle non respira, infatti, i follicoli piliferi si ostruiscono e compaiono i granelli di miglio.

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Per eliminare i granelli di miglio bisogna effettuare una maschera esfoliante almeno una volta alla settimana

COME RIMUOVERE I GRANELLI DI MIGLIO

Bisogna innanzi tutto prestare molta attenzione all’igiene quotidiana, il viso va pulito e lavato anche diverse volte al giorno usando saponi delicati, che svolgono un’azione antinfiammatoria, tra quelli più comuni consigliamo il sapone di Marsiglia, il sapone di Aleppo oppure detergenti agli oli essenziali.

Per eliminare queste piccole cisti è indispensabile struccarsi ogni sera per bene, evitando di lasciare ogni possibile impurità dovuta al trucco. Sia che usiate le salviette struccanti, sia che usiate prodotti liquidi, dopo esservi struccate, provate a passarvi la spugnetta struccante, sul viso diverse volte, utilizzando dell’acqua tiepida; in questo modo non ci sarà alcun residuo e la pelle tornerà a respirare. E’ importante utilizzare la maschera esfoliante almeno una volta alla settimana e seguire una dieta a base di vitamine, fibre, verdura, cereali, frutta (in particolare frutti rossi) e yogurt.

Nei casi più gravi, bisogna rivolgersi al proprio dermatologo che applicherà un’incisione, oppure effettuerà una bruciatura con il laser o un peeling con prodotti specifici.

RIMEDI NATURALI

Per eliminare i grani di miglio ci possono essere tanti metodi naturali e fai da te, che si riferiscono soprattutto al viso e all’eliminazione delle cellule morte. Provate a riempire una bacinella di acqua calda e mettete il viso proprio vicino all’acqua, in questo modo il vapore andrà sulla vostra pelle e farà sciogliere il sebo in eccesso. Quando avrete finito passate sulla faccia una spugnetta stuccante che eliminerà ogni impurità.

Altro metodo è quello di immergere un asciugamano pulito nell’acqua calda, strizzarlo e posarlo sul viso, lasciandolo li per qualche minuto, possibilmente ogni sera per una settimana consecutiva. Dopo avere effettuato questo trattamento si può applicare dell’aceto di mele, in quantità ridotte e miscelato con l’acqua direttamente sul viso e lasciarlo agire.

Uno dei rimedi naturali più efficaci contro i granelli di miglio è quello di applicare sul vostro viso del miele, proprio così, grazie alle sue proprietà antiossidanti, il miele vi aiuterà a sbarazzarvi di questo fastidioso inestetismo. Bisogna applicarlo sulla faccia e lasciarlo per almeno 15 minuti e poi risciacquare con acqua, senza aggiungere creme. Un’alternativa a questa maschera naturale è quella che prevede la miscela di miele, yogurt, limone e zucchero, il procedimento è lo stesso.

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Un trucco troppo occlusivo favorisce la comparsa dei grani di miglio

CONSIGLI PER PREVENIRE I GRANELLI DI MIGLIO

Il consiglio migliore per evitare che sul vostro viso si formino i grani di miglio è quello di utilizzare prodotti cosmetici naturali o comunque certificati, evitando assolutamente quelli a base di silicone, soprattutto per quanto riguarda il fondotinta ed i correttori.

Evitare un trucco occlusivo, ovvero un trucco troppo coprente, che impedisce alla pelle di respirare e causa questi inestetismi. Il trucco deve migliorare il vostro aspetto, non stravolgerlo, ricordatevelo.

Usare sempre la protezione solare, anche se non andate al mare, soprattutto in estate, perché protegge la pelle dai raggi UV. In inverno, utilizzare una crema protettiva, anche sotto il make up, che proteggerà la pelle dal freddo.

Che cos’è la Prostatite Acuta? Prostadin la soluzione.

La prostatite acuta è un’infiammazione improvvisa della ghiandola prostatica. È un tipo raro di prostatite, che è un problema comune alla prostata.

La prostata è una piccola ghiandola che circonda l’uretra di un uomo, il tubo che preleva l’urina e lo sperma dal corpo. La prostata fornisce nutrienti allo sperma, svolgendo un ruolo importante nella riproduzione.

Di seguito, discutiamo le cause e i sintomi della prostatite acuta, nonché le possibili complicazioni e rimedi casalinghi.ps1

Che cos’è la prostatite acuta?

La prostatite acuta è quando la ghiandola prostatica si infiamma.

Quando la ghiandola prostatica si infiamma, i sintomi possono essere simili a quelli di un’infezione del tratto urinario acuto o UTI. In realtà, la prostatite acuta è spesso causata da un tipo di batteri che causa UTI e infezioni trasmesse sessualmente.

La prostatite è una condizione comune, con circa il 50% di tutti gli uomini che potrebbero sperimentarlo durante la loro vita. La prostatite acuta, d’altra parte, è abbastanza rara. Nonostante ciò, di solito è facile da diagnosticare a causa di caratteristiche distinte.

L’infiammazione può derivare da batteri che entrano nella prostata attraverso il sangue o un’infezione nella zona. Una procedura medica può anche portare a batteri che entrano nella prostata.

Le cause sottostanti di prostatite acuta sono di solito un’uretra ostruita o un sistema immunitario soppresso. In un piccolo numero di casi, la prostatite acuta può diventare cronica.

Sintomi

Alcuni dei sintomi più comuni di prostatite acuta assomigliano a quelli di un UTI. Possono includere:

  • febbre
  • dolore al bacino
  • sangue nelle urine
  • brividi
  • dolore sopra l’osso pelvico
  • dolore nel retto, nei testicoli o nei genitali
  • dolore durante la minzione
  • aumento della frequenza di minzione
  • urina maleodorante
  • dolore o disagio durante un movimento intestinale
  • un flusso di urina indebolito
  • eiaculazione dolorosa
  • sangue nello sperma
  • problemi di iniziare la minzione
  • difficoltà a svuotare la vescica

Trattamento

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Gli antibiotici sono un trattamento comune per la prostatite acuta.

La prostatite acuta viene solitamente trattata con antibiotici . Questi potrebbero dover essere presi per 4 o 6 settimane o più. Il tipo di antibiotico prescritto dipenderà dai batteri che causano l’infezione.

Un medico può anche prescrivere farmaci progettati per alleviare i sintomi della prostatite acuta. Gli alfa-bloccanti possono essere usati per rilassare i muscoli della vescica e ridurre il disagio. In alcuni casi, un medico può raccomandare antidolorifici da banco, come l’ibuprofene o il paracetamolo.

Una persona con un grave caso di prostatite acuta può richiedere il ricovero in ospedale. Ad esempio, l’ospedalizzazione è necessaria quando il gonfio prostrato blocca l’uretra. In ospedale verranno somministrate dosi forti di antibiotici per via endovenosa.

Rimedi casalinghi

Oltre a cercare un intervento medico, una persona può provare ad alleviare i sintomi con i rimedi casalinghi. Questi possono essere utilizzati in combinazione con trattamenti medici.

I rimedi casalinghi per la prostatite acuta includono:

  • fare docce calde o bagni
  • evitando attività che fanno pressione sulla prostata, come andare in bicicletta
  • seduto su un cuscino
  • evitare l’alcol
  • ridurre o evitare il consumo di cibi piccanti
  • bere molti liquidi che non contengono caffeina

Mentre i risultati non sono stati confermati scientificamente, alcuni uomini potrebbero voler provare terapie alternative. Alcune terapie alternative che possono alleviare i sintomi includono:

  • agopuntura
  • erbe e integratori
  • biofeedback

Ci sono una varietà di cambiamenti nello stile di vita che possono ridurre i rischi di sviluppare prostatite cronica o ricorrente. Questi includono:

  • ridurre lo stress
  • usando la protezione durante l’attività sessuale
  • eiaculare almeno una volta alla settimana
  • evitando cibi trasformati
  • mangiare una dieta salutare
  • proteggendo dal trauma pelvico
  • mantenere un peso sano

complicazioni

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Le complicanze della prostatite acuta includono anomalie dello sperma e infertilità.

La prostatite acuta può causare un blocco dell’uretra. Quando ciò accade, una persona avverte dolore e disagio nella vescica. Se non trattata, una vescica ostruita può portare a danni permanenti ai reni.

Altre complicazioni possono includere:

  • infiammazione dell’epididimo, un tubo a spirale nella parte posteriore dei testicoli
  • batteriemia, un’infezione batterica del sangue
  • un ascesso prostatico, una tasca piena di pus nella prostata
  • anomalie dello sperma
  • infertilità

prospettiva

La maggior parte dei casi di prostatite acuta si risolve con un trattamento antibiotico. Alcuni casi gravi di infezione possono richiedere una degenza ospedaliera.

C’è la possibilità che la prostatite acuta possa diventare cronica. I sintomi della prostatite cronica possono essere ridotti con la dieta e i cambiamenti dello stile di vita.

Consultare un medico sulle migliori opzioni di trattamento disponibili e consigli sui cambiamenti dello stile di vita che possono aiutare a ridurre il rischio di sviluppare prostatite cronica. Il miglior integratore in commercio per curare la prostatite acuta e’ il Prostadin. i principi attivi efficaci che contraddistinguono questo integratore sono la serenoa repens lo zinco e l’epilobio.

PROSTADIN 30 CAPSULE DA 550 MG

Integratore alimentare a base di Serenoa Repens utile per la funzionalità della prostata e delle vie urinarie, con aggiunta di Epilobio e Zinco. Lo zinco contribuisce alla protezione delle cellule dallo stress ossdiativo. Senza glutine. Senza lattosio. Adatto ai vegani.

Componenti principali:

– Serenoa Repens: fitoterapico utilizzato nel trattamento dell’ipertrofia prostatica; gli estratti hanno infatti dimostrato un effetto anti-androgeno periferico, per interazione sul metabolismo del testosterone a livello prostatico, ed un effetto inibitorio su lipossigenasi e ciclossigenasi con conseguente azione antiinfiammatoria. L’estratto lipofilo della pianta è in grado di esercitare la sua azione attraverso diversi meccanismi. Più nel dettaglio, quest’estratto è in grado di inibire il legame del diidrotestosterone ai recettori degli androgeni e, allo stesso tempo, è in grado di inibire anche l’attività dell’enzima 5-alfa-reduttasi (tipo 1 e tipo 2). Quest’ultimo è il responsabile della trasformazione del testosterone in diidrotestosterone, suo metabolita attivo responsabile dello stimolo sulla proliferazione cellulare tipica dell’ipertrofia prostatica. Per i suoi effetti a livello ormonale, la serenoa repens è anche usata contro la caduta dei capelli (alopecia androgenetica), per uso orale e topico, proprio in relazione al blocco della 5-alfa-reduttasi. Tuttavia, queste non sono le uniche proprietà attribuite alla serenoa. Infatti, è stato dimostrato da vari studi che la serenoa – in particolar modo il suo estratto lipidico – è in grado di esercitare anche un’azione antinfiammatoria attraverso l’inibizione degli enzimi ciclossigenasi e 5-lipossigenasi, con conseguente inibizione della sintesi di prostaglandine infiammatorie e di leucotrieni.Inoltre, pare che l’estratto della pianta sia anche dotato di azione antispasmodica, esercitata attraverso la riduzione dell’influsso cellulare di calcio e l’attivazione di un meccanismo di scambio ionico sodio/calcio.

– Epilobio: principalmente utilizzato nel trattamento dei disturbi della prostata, tuttavia, grazie anche alle sue proprietà antinfiammatorie e antibatteriche, viene impiegato per combattere diverse altre patologie. Grazie alla sua azione antiflogistica, l’epilobio interviene nel trattamento delle iperplasie benigne della prostata e, in generale, migliora il sistema urinario. Inoltre, uno dei principi attivi dell’epilobio, il miricetolo-3-0-beta-D-glucuronide, ha la particolarità di inibire la liberazione di prostaglandine. L’epilobio deve le sue proprietà antinfiammatorie grazie anche alla presenza di un numero elevato di flavonoidi nella sua composizione.I principi attivi contenuti nella pianta di Epilobio sono: flavonoidi (derivati del kaempferolo, quercetina, miricetina), beta-sitosterolo, derivati dell’acido gallico, acidi triterpenici (ursolico, oleanico), mucillagini e zuccheri.

– Zinco: componente fondamentale di molti enzimi implicati nel metabolismo energetico. Ha proprietà antiossidanti, favorisce il normale funzionamento della prostata e partecipa alla crescita e al differenziamento cellulare; stimola inoltre la rigenerazione dei tessuti.

Ingredienti:

Serenoa (Serenoa repens (W.Bartram) Small frutti estratto secco tit. al 45% in acidi grassi; involucro: capsula in gelatina vegetale (idrossi-propil-metilcellulosa); Epilobio (Epilobium parviflorum Schreb.) parti aeree estratto secco; agente di carica: cellulosa; agente antiagglomerante; sali di magnesio degli acidi grassi.

Modo d’uso:

Si consiglia di assumere 1 capsula al giorno, durante i pasti.

Tenori medi per dose massima giornaliera:

Serenoa repens e.s. 300 mg, di cui acidi grassi 135 mg; Epilobio e.s. 70 mg; Zinco 7,5 mg

Avvertenze:

Si sconsigli al’uso in donne in età fertile e in soggetti di entrambi i sessi in età prepubere. Non superare la dose giornaliera consigliata. Tenere fuori dalla portata dei bambini di età inferiore a 3 anni. Gli integratori alimentari non vanno intesi come sostituti di una dieta varia ed equilibrata e di uno stile di vita sano.

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Quali alimenti dovresti mangiare se hai la pancreatite?

La pancreatite è una condizione grave che si verifica quando il pancreas si infiamma. Il pancreas è un organo che produce insulina ed enzimi digestivi. Gli stessi enzimi che aiutano la digestione possono a volte ferire il pancreas e causare irritazione. Questa irritazione può essere a breve o lungo termine.

Alcuni alimenti possono peggiorare il dolore addominale causato dalla pancreatite . È importante scegliere cibi che non peggiorino i sintomi e causino disagio durante il recupero dalla pancreatite.

Continuate a leggere per saperne di più sui migliori cibi da mangiare e quelli da evitare durante gli episodi di pancreatite.

I migliori cibi da mangiare per la pancreatite

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I fagioli e le lenticchie possono essere raccomandati per una dieta di pancreatite a causa del loro alto contenuto di fibre.

Il primo trattamento per la pancreatite a volte richiede che una persona si astenga dal consumare tutti i cibi e i liquidi per diverse ore o persino giorni.

Alcune persone potrebbero aver bisogno di un modo alternativo per ottenere un’alimentazione se non sono in grado di consumare le quantità necessarie affinché il loro corpo funzioni correttamente.

Quando un medico permette a una persona di mangiare di nuovo, probabilmente raccomanderà che una persona mangi piccoli pasti frequentemente durante il giorno ed eviti fast food, cibi fritti e cibi altamente lavorati.

Ecco un elenco di alimenti che possono essere consigliati e perché:

  • verdure
  • fagioli e lenticchie
  • frutta
  • cereali integrali
  • altri alimenti a base vegetale che non sono fritti

Questi alimenti sono raccomandati per le persone con pancreatite perché tendono ad essere naturalmente basso contenuto di grassi, il che facilita la quantità di lavoro che il pancreas deve fare per aiutare la digestione.

Frutta, verdura, fagioli, lenticchie e cereali integrali sono anche benefici a causa del loro contenuto di fibre. Mangiare più fibre può ridurre le possibilità di avere calcoli biliari o elevati livelli di grassi nel sangue chiamati trigliceridi. Entrambe queste condizioni sono cause comuni di pancreatite acuta .

Oltre alle fibre, gli alimenti sopra elencati forniscono anche antiossidanti . La pancreatite è una condizione infiammatoria e gli antiossidanti possono aiutare a ridurre l’ infiammazione .

Carni magre

Le carni magre possono aiutare le persone con pancreatite a soddisfare i loro bisogni proteici.

Trigliceridi a catena media (MCT)

Per le persone con pancreatite cronica , l’aggiunta di MCT alla loro dieta può migliorare l’assorbimento dei nutrienti. Le persone spesso consumano MCT in forma di supplemento come olio MCT. Questo supplemento è disponibile online  senza prescrizione medica.

Elenco degli alimenti da evitare con pancreatite

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L’alcol può aumentare il rischio di pancreatite cronica e dovrebbe essere evitato.

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Bere alcol durante un attacco di pancreatite acuta può peggiorare la condizione o contribuire alla pancreatite cronica.

L’uso cronico di alcol può anche causare alti livelli di trigliceridi, un importante fattore di rischio per la pancreatite.

Per le persone la cui pancreatite cronica è causata dall’abuso di alcool, bere alcol può causare gravi problemi di salute e persino la morte.

Cibi fritti e cibi ricchi di grassi

Cibi fritti e cibi ricchi di grassi, come hamburger e patatine fritte, possono essere problematici per le persone con pancreatite. Il pancreas aiuta con la digestione dei grassi, quindi gli alimenti con più grassi rendono il pancreas più duro.

Altri esempi di cibi ad alto contenuto di grassi da evitare includono:

  • latticini
  • carni lavorate, come hot dog e salsiccia
  • Maionese
  • patatine

Mangiare questi tipi di alimenti trasformati e ad alto contenuto di grassi può anche portare a malattie cardiache .

Carboidrati raffinati

La dietista registrata Deborah Gerszberg raccomanda che le persone con pancreatite cronica limitino l’assunzione di carboidrati raffinati , come il pane bianco e gli alimenti ad alto contenuto di zuccheri. I carboidrati raffinati possono portare al pancreas a rilasciare grandi quantità di insulina .

Gli alimenti ad alto contenuto di zucchero possono anche aumentare i trigliceridi. I livelli alti di trigliceridi sono un fattore di rischio per la pancreatite acuta.

Consigli dietetici per il recupero dalla pancreatite

Le persone che si stanno riprendendo dalla pancreatite possono scoprire di tollerare pasti più piccoli e più frequenti. Mangiare sei volte al giorno può funzionare meglio di tre pasti al giorno.

Una dieta moderata di grassi, che fornisce circa il 25% delle calorie da grassi, può essere tollerata da molte persone con pancreatite cronica.

La Cleveland Clinic raccomanda alle persone che si stanno riprendendo dalla pancreatite acuta di consumare meno di 30 grammi di grassi al giorno.

Suggerimenti per la prevenzione

Alcuni fattori di rischio per la pancreatite, come la storia familiare, non possono essere modificati. Tuttavia, le persone possono cambiare alcuni fattori dello stile di vita che influiscono sul rischio.

L’obesità aumenta il rischio di pancreatite, quindi raggiungere e mantenere un peso sano può aiutare a ridurre il rischio di sviluppare pancreatite. Un peso sano riduce anche il rischio di calcoli biliari, che sono una causa comune di pancreatite.

Bere grandi quantità di alcol e fumare aumenta anche il rischio di una persona per la pancreatite, quindi ridurre o evitare questi può aiutare a prevenire la condizione.

Altre opzioni di trattamento

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Gli integratori di vitamine possono essere raccomandati e il tipo di vitamina si baserà sull’individuo.

Il trattamento per la pancreatite può comportare ospedalizzazione, liquidi per via endovenosa, farmaci antidolorifici e antibiotici . Un medico può prescrivere una dieta a basso contenuto di grassi, ma le persone che non sono in grado di mangiare per bocca possono aver bisogno di un modo alternativo di ricevere nutrimento.

Chirurgia o altre procedure mediche possono essere raccomandate in alcuni casi di pancreatite.

Le persone con pancreatite cronica possono avere difficoltà a digerire e ad assorbire determinati nutrienti. Questi problemi aumentano il rischio che la persona diventi malnutrita. Le persone con pancreatite cronica possono aver bisogno di assumere pillole enzimatiche digestive per aiutare la digestione e assorbire i nutrienti.

A seconda della persona, alcuni supplementi vitaminici possono essere raccomandati. I supplementi possono includere quanto segue:

  • multivitaminico
  • calcio
  • ferro
  • folati
  • vitamina A
  • vitamina D
  • vitamina E
  • vitamina K
  • vitamina B-12

Le persone dovrebbero chiedere al proprio medico se devono assumere un multivitaminico. Anche il consumo di quantità adeguate di liquidi è importante.

È anche importante parlare con un operatore sanitario prima di iniziare a prendere integratori, come l’olio MCT.

prospettiva

Secondo l’ Istituto Nazionale di Diabete e Malattie Digestive e Rene , la pancreatite acuta si risolve in genere dopo alcuni giorni di trattamento. Tuttavia, alcuni casi di pancreatite acuta possono essere più gravi e comportare un lungo ricovero in ospedale.

La pancreatite cronica è una malattia a lungo termine che può danneggiare in modo permanente il pancreas.

È essenziale rivolgersi al medico per la pancreatite, poiché entrambe le forme acuta e cronica possono avere gravi complicanze.

Seguire le raccomandazioni dietetiche può aiutare le persone a migliorare i sintomi della pancreatite e consentire in alcuni casi una ripresa più rapida.

Quali sono le cause del prurito alle gambe? Farmajet news

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Il prurito alle gambe può essere molto fastidioso. Nella maggior parte dei casi è dovuto alla pelle secca, ma può rappresentare anche una reazione allergica o un problema circolatorio. Ecco alcuni rimedi naturali

Il prurito alle gambe è un disturbo molto diffuso, del quale soffrono sia le donne che gli uomini, anche se le prime sono maggiormente colpite da questa sintomatologia. Le cause possono essere molteplici, sicuramente si tratta di un problema dermatologico, che può essere la pelle secca o un’infezione, ma spesso, dietro ad un semplice disturbo si possono nascondere problemi ben più gravi, come quelli che riguardano la circolazione sanguigna o le allergie.

Se il prurito alle gambe dura solo qualche giorno non c’è da preoccuparsi, se invece persiste, bisogna cercare di comprendere quale sia la sua causa scatenante. Spesso, ad esempio, tale fastidio si manifesta dopo aver indossato i collant o degli indumenti troppo stretti e ciò non è colpa dei vestiti, ma può essere una reazione allergica a qualche componente, come l’elastan, giusto per fare un esempio.

Le allergie si possono manifestare anche a seguito dell’applicazione di creme o prodotti per la cosmesi e la detersione. Generalmente, in molti casi di allergia il prurito è accompagnato da rossori diffusi o eritemi nella parte interessata o puntini rossi sulla pelle.
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Per alleviare il prurito alle gambe è opportuno idratare bene la zona interessata

Quando si ha la pressione alta, inoltre, è probabile che questo fastidio diventi molto frequente e che interessi entrambe le gambe, con un prurito molto intenso, perché spesso è accompagnato da problemi a livello renale e da problemi glicemici.

Il prurito può essere anche dovuto alle vene varicose, al formicolio, a crampi, alla ritenzione idrica e alla cellulite, che possono essere, in ogni caso, complicazioni legate alla circolazione del sangue. In tutti questi casi, è indispensabile dedicarsi all’attività sportiva, con attività cardio leggera, che interessi soprattutto gli arti inferiori. Ricordiamoci che per stare bene basta una camminata al giorno della durata di mezz’ora.

 PRURITO ALLE GAMBE: RIMEDI NATURALI

Per combattere tale fastidio si può ricorrere ai rimedi naturali, che daranno un rapido sollievo. Vediamone alcuni:

  • Creare un impasto di miele e polvere di cannella e applicarlo sulle gambe;
  • Creare un impasto di farina d’avena e acqua calda;
  • Applicare sulle gambe un po’ di Vicks Vaporub;
  • Effettuare un lavaggio con menta piperita o con aceto di mele o aceto di vino e acqua;
  • Applicare del gel all’aloe vera per ridurre il prurito alle gambe. L’aloe vera è un vero toccasana, per tale ragione, se compare questo disturbo è possibile applicare anche delle creme o degli altri prodotti che la contengano;
  • Utilizzare oli naturali dopo ogni lavaggio, come oli di cocco, olio di mandorle, olio di vitamina E;
  • Effettuare una miscela di acqua, aloe vera, bicarbonato e succo di limone;
  • Effettuare un lavaggio con the verde e olio di Melaleuca;
  • Applicare sulla zona interessata qualche goccia di olio di oliva cercando di far assorbire per bene;
  • Bere almeno un bicchiere di succo di pompelmo al giorno;
  • Evitare di esagerare con zuccheri e alimenti piccanti.
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    In gravidanza il prurito alle gambe è molto diffuso e può essere causato da una colestasi gravidica

    PRURITO ALLE GAMBE DOPO LA DOCCIA

    Questo fenomeno è normale ma si intensifica quando l’acqua è troppo fredda o troppo calda e si può alleviare con gli antistaminici. Il prurito alle gambe dopo la doccia, però, può avere anche altre cause e queste sono:

    • Xerosi. E’ una sintomatologia che si presenta con la pelle molto secca. Colpisce spesso gli anziani e spesso si verifica in inverno, con pelle secca, arrossata e screpolata.
    • Orticaria colinergica. Questa orticaria si presenta quando il nostro corpo diventa particolarmente caldo e ciò può essere dovuto all’acqua calda, all’attività fisica, ad indumenti pesanti, a coperte pesanti o a alimenti piccanti.
    • Orticaria acquagenica. Può stupire, ma alcune persone sono allergiche all’acqua e al contatto con essa la loro pelle sviluppa arrossamenti ed inizia un prurito diffuso.
    • Prurito acquagenico idiopatico. E’ molto simile all’orticaria acquagenica, poiché avviene una reazione della pelle, quando entra in acqua.

PRURITO ALLE GAMBE IN GRAVIDANZA

E’ molto diffuso e spesso è causato da intolleranze alimentarioppure da disturbi della pelle come l’orticaria. Se il prurito si presenta dal terzo mese di gravidanza potrebbe essere causato dalla colestasi gravidica, per la quale non si eliminano i sali biliari.

In questo caso il prurito diventa più intenso durante la notte ed è accompagnato da macchie. Per alleviare il fastidio del prurito o formicolio in gravidanza si possono usare: il talco mentolato, l’olio di mandorla o creme idratanti.

I LASSATIVI NATURALI, QUALI SONO E COME UTILIZZARLI.

I lassativi naturali come aloe, rabarbaro, senna, frangola e molti altri sono utilissimi per combattere la stipsi, però potrebbero avere delle controindicazioni quindi vediamo nel dettaglio quali prendere e come assumerli.
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La natura ci fornisce degli utili rimedi contro la stitichezza: gli antrachinoni, i lassativiche formano massa ed i prodotti emollienti.

Essi non sono dei farmaci, non richiedono prescrizione medica e sono di facile reperibilità. Inoltre, essendo naturali e spesso anche biologici, sono indicati anche per le donne in gravidanza, gli anziani ed i bambini.

Vediamoli nel dettaglio: gli antrachinoni si trovano nella corteccia e nelle foglie di aloe vera, rabarbaro, senna, cascara e frangola (una buona tisana con corteccia di frangola essiccata da almeno un anno e in polvere ha un potere lassativo maggiore rispetto a quella non essiccata). Essi agiscono richiamando, una volta nell’intestino, ioni di cloruro, acqua e sodio nel lume intestinale, migliorando l’idratazione delle feci e di conseguenza la loro espulsione.

Semi di Psyllium – sono i più consigliabili, poiché richiamano una maggiore quantità di acqua rispetto agli altri e fungono anche da prebiotici. Questi semi hanno anche la capacità di ridurre le scariche diarroiche, per cui sono indicati anche nei casi di diarrea acuta e nella prevenzione di patologie intestinali quali colon irritabile, emorroidi, ecc -, cruscagomma di Guarsemi di IspaghulMetilcellulosaGlucomannanoAgar e Calcio polycarbophil sono invece lassativi che apportano fibra, aumentano la massa fecale e migliorano la peristalsi. Essi funzionano meglio se assunti prima dei pasti, insieme a molta acqua.
Il loro effetto, a differenza di altri tipi di lassativi, non è immediato: agiscono dopo 12/72 ore. Bisogna far attenzione poiché un uso eccessivo di agenti formanti massa può portare al blocco intestinale e l’uso di alcuni di questi agenti, come ad esempio le gomme, è sconsigliato in caso di ulcere, stenosi ed erosioni, in quanto esse possono aderire alla mucosa.

lassativi emollienti sono oli vegetali: l’olio di ricino (dall’importante effetto purgante), l’olio di oliva (se assunto lontano dai pasti ed in quantità superiore ai 30 ml, ma dall’alto apporto calorico) e l’olio di mandorle puro (3 cucchiaini al giorno, delicato e poco calorico).

lassativi naturali, adatti per risolvere episodi di stitichezza di breve durata (nel caso di stipsi prolungata è sempre meglio consultare un medico, il quale fornirà una terapia mirata), riescono ad aumentare la frequenza delle evacuazioni e a contrastare la stipsi, come i lassativi di sintesi.

Come questi ultimi, però, hanno delle controindicazioni, e l’uso prolungato o improprio (per esempio al fine di dimagrire) può portare altri disturbi, quali diarrea, assuefazione, disbiosi (alterazione della flora batterica), perdita di minerali (i disturbi elettrolitici possono essere dati soprattutto dagli antrachinoni) e colon atonico: è consigliabile, dunque, assumerli con cautela.

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Perche si ingrossano i linfonodi inguinali ? Farmajet news

I linfonodi inguinali ingrossati possono essere conseguenza di diversi fattori. Per questo motivo, prima di allarmarsi, è bene rivolgersi al proprio medico per un consulto specialistico.
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Questi si trovano nella zona della coscia, e più specificatamente nella zona inguinale. Si dividono in linfonodi superficiali e linfonodi profondi. I primi si trovano al di sotto della cute e sono pochi. Quelli profondi, invece, si trovano ad un livello più profondo dell’epidermide in una zona conosciuta come triangolo femorale. Il loro numero varia tra le 3 e le 5 unità. I linfonodi superficiali ricevono la linfa da genitali, basso addome, lombari, ano, perineo, natiche, cosce e gambe. In seguito, viene distribuita ai linfonodi inguinali profondi, che comunicano con i linfonodi iliaci esterni.

Tra le cause ci sono le malattie sessualmente trasmissibililinfonodi_inguinali_ingrossati_02

CAUSE PRINCIPALI DEI LINFONODI INGUINALI INGROSSATI

linfonodi inguinali ingrossati sono un segnale che qualcosa all’interno del nostro corpo non funziona correttamente. Le cause possono essere molteplici e quindi, prima di allarmarsi, è importante rivolgersi al proprio medico per un consulto.

Solitamente le cause sono da attribuire alle infezioni, ai deficit del sistema immunitario, alle reazioni a un farmaco ma anche ai tumori. Nei casi più banali può invece dipendere da un eccessivo sforzo fisico.

I sintomi sono l’aumento della dimensione del linfonodo, la comparsa di dolore e la maggiore sensibilità della zona cutanea. In altri casi, invece, sono asintomatici, appaiono duri e fermi e può comparire sudorazione notturna.

INFEZIONI

Le infezioni che contribuiscono a fare ingrossare questi linfonodi si riferiscono alle malattie sessualmente trasmissibili. Le principali sono la sifilide, la gonorrea, l’ulcera venerea (cancroide), il linfogranuloma venereo e l’herpes genitale.

Inoltre il fenomeno può dipendere da infezioni virali, tra cui la mononucleosi e l’orchite, e da infezioni batteriche a carico di pelle e tessuti sottocutanei. Tra queste la toxoplasmosi e la peste bubbonica.

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Può essere anche una reazione ad alcuni farmaci

DEFICIT DEL SISTEMA IMMUNITARIO

Anche le malattie sistemiche possono determinare l’ingrossamento dei linfonodi nella zona inguinale. Tra queste, le principali sono l’artrite reumatoide, la sarcoidosi e il lupus. Il fenomeno, però si verifica solo quando la patologia è allo stadio avanzato.

Un’altra causa, che solitamente si verifica nei soggetti più giovani, è la linfadenite.

L’AIDS, in particolare, può determinare l’ingrossamento dei linfonodi ed abbassare le difese immunitarie con relative conseguenze.

OSTRUZIONE DEL SISTEMA LINFATICO

Con l’ostruzione del sistema linfatico gli arti inferiori appariranno visibilmente gonfi e percepibili al tatto.

ALLERGIE

linfonodi inguinali ingrossati possono essere un effetto collaterale ad alcuni farmaci e vaccini. I principali sono alcuni di quelli che vengono prescritti in caso di gotta ed epilessia. Inoltre, anche la penicillina, la pirimetamina e i sulfamidici possono provocare l’ingrossamento dei linfonodi.

Per quanto riguarda i vaccini, noti è questo effetto collaterale nel vaccino trivalente e nelle vaccinazioni contro il tifo.

TUMORI

Tra i tumori che possono causare l’ingrossamento dei linfonodi inguinali ci sono le leucemie, i melanomi e i linfomi (linfoma di Hodgkin e il linfoma non-Hodgkin). Anche i tumori agli organi pelvici con metastasi determinano il fenomeno.Quando l’ingrossamento è dovuto a un tumore, solitamente vuol dire che il tumore maligno si è esteso ad altre regioni del corpo.

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Il consulto medico potrà fare chiarezza sul caso

CONSEGUENZE

I linfonodi inguinali ingrossati possono, a seconda della causa, determinare la comparsa di altri sintomi. Tra questi, comuni sono il mal di testa, la febbre, i dolori muscolari e tendinei, la stanchezza e il mal di gola.

QUANDO PREOCCUPARSI

Come descritto, le cause che possono determinare i linfonodi ingrossati nella zona dell’inguine sono differenti. Per questo motivo non bisogna subito preoccuparsi perché il sintomo può essere curato anche in poco tempo.

È però fondamentale rivolgersi ad un medico per un consulto e una visita approfondita specialmente quando l’ingrossamento persiste o peggiora. Altri campanelli d’allarme sono la presenza di bruciore, calore e fastidio localizzato. Inoltre, bisogna fare attenzione se i linfonodi appaiono duri o immobili, se si nota un’inspiegabile perdita di peso.

DIAGNOSI

Per avere certezza della causa, il medico dovrà fare una visita approfondita. Dopo aver raccolto tutte le informazioni utili, procederà con la prescrizione di alcuni test. In particolar modo, potrà richiedere un’ecografia, degli esami del sangue e una TAC. Per una diagnosi definitiva, se il caso lo richiede, potrà essere importante sottoporre il paziente ad una biopsia. In questo modo, si potrà conoscere la natura del linfonodo ingrossato.

Un nuovo farmaco anti-ictus ha superato con successo le sperimentazioni cliniche preliminari

Un nuovo farmaco anti-ictus ha superato con successo le sperimentazioni cliniche preliminari, portando i suoi sviluppatori ad entusiasmare il suo potenziale come un trattamento più efficace, meno probabilità di essere accompagnato da eventi di salute indesiderati.
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Questo farmaco sperimentale potrebbe proteggere dagli effetti avversi dei tradizionali trattamenti anti-ictus?

L’ictus , un evento cardiovascolare, si verifica quando l’apporto di sangue del cervello è ostruito, il che significa che un’area del cervello non riceve abbastanza ossigeno.

Il tipo più comune di ictus è l’ictus ischemico , che è causato da un coagulo di sangue che ostruisce un vaso sanguigno.

Negli Stati Uniti, più di 795.000 persone hanno un ictus all’anno, secondo i Centers of Disease Control and Prevention (CDC). L’ictus è anche responsabile di 1 su 20 decessi ogni anno.

Il trattamento per l’ictus ischemico acuto viene eseguito somministrando l’attivatore del plasminogeno tissutale (tPA), che è l’unico farmaco approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) per il trattamento dell’ictus. Questo tipo di farmaco agisce dissolvendo i coaguli di sangue ostruenti, in modo da consentire al sangue di fluire normalmente di nuovo.

Tuttavia, il tPA presenta una serie di carenze, compreso il fatto che deve essere somministrato entro una finestra temporale piuttosto breve – 4,5 ore dall’evento – e che a volte è accompagnato da gravi complicazioni , come l’emorragia intracranica.

La strada per un trattamento affidabile

Nel tentativo di trovare un trattamento aggiuntivo che possa proteggere contro alcuni di questi effetti, gli scienziati dello Scripps Research Institute (TSRI) di La Jolla, in California, hanno sviluppato un nuovo farmaco chiamato 3K3A-APC.

Il farmaco è una variante ingegnerizzata della proteina C attivata , che normalmente gli esseri umani producono. È stato collegato alla regolazione della coagulazione del sangue e ad alcuni aspetti della risposta infiammatoria del corpo.

Una sperimentazione clinica preliminare di fase II di 3K3A-APC ha finora suggerito che il farmaco è sicuro da usare negli esseri umani.

“Questi risultati gettare le basi per i prossimi passi verso l’approvazione della FDA”, dice John Griffin, che è stato uno dei ricercatori coinvolti nello sviluppo del farmaco sperimentale.

Il successo di questo studio clinico è stato riportato alla International Stroke Conference 2018 , tenutasi a Los Angeles, in California.

Studi preclinici che testavano l’efficacia e la sicurezza del nuovo farmaco sono stati condotti dal laboratorio di Griffin presso il TSPI, in collaborazione con quello del dott. Berislav Zlokovic, dello Zilkha Neurogenetic Institute della University of Southern California a Los Angeles, CA.

I test iniziali suggeriscono che il farmaco sperimentale non solo ha diminuito qualsiasi danno compatibile con l’ictus, ma ha anche schermato il cervello dalle complicazioni normalmente causate dal tPA.

La medicina sperimentale ha effetti protettivi

Questo nuovo studio clinico è stato controllato con placebo, il che significa che l’effettiva efficacia del farmaco è stata testata contro un placebo . Si proponeva anche di confermare quanto una dose elevata del farmaco sperimentale sarebbe sicura per i partecipanti umani.

Pertanto, gli scienziati hanno reclutato 110 persone che avevano avuto un ictus ischemico acuto e che stavano seguendo il trattamento con tPA, trombectomia intra-arteriosa o entrambe le terapie.

I partecipanti – tutti di età compresa tra i 18 ei 90 anni – sono stati seguiti per un periodo di 90 giorni, in quanto sono stati somministrati diverse dosi del farmaco sperimentale.

Gli scienziati hanno sperimentato quattro diversi dosaggi: 120, 240, 360 e 540 microgrammi per chilogrammo. Tutti e quattro i livelli di dose – compreso quello più alto – sono stati ben tollerati dai soggetti, quindi i ricercatori li hanno dichiarati sicuri per l’uso umano.

Inoltre, il farmaco è stato visto per funzionare bene in termini di risultati relativi a emorragia intracranica o emorragia cerebrale.

È stato riscontrato che il farmaco ha contribuito a ridurre sia il volume totale delle emorragie, sia la quantità di sangue “trapelata” e l’incidenza di emorragia, o quanto spesso i partecipanti hanno vissuto questo evento in modo significativo.

“La tendenza osservata verso i tassi di emorragia inferiore è coerente con le nostre aspettative basate sul meccanismo di azione del farmaco e sull’attività negli studi sugli animali”, afferma il dott. Patrick Lyden, uno dei ricercatori coinvolti nell’attuale sperimentazione clinica.

Ma aggiunge che “[i risultati] dovrebbero essere confermati in un più ampio studio clinico”. Questo, spiegano i ricercatori, sarà il loro prossimo passo. Mirano a ottenere finalmente l’approvazione della FDA per il farmaco sperimentale.

Alzheimer: scoperto il nuovo meccanismo di perdita delle cellule cerebrali

Un nuovo studio potrebbe modificare gli attuali approcci terapeutici per la malattia di Alzheimer, in quanto gli scienziati scoprono un nuovo percorso di morte cerebrale coinvolto nella condizione.
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Una nuova ricerca svela un meccanismo che fa sì che i neuroni – mostrati qui – muoiano nella malattia di Alzheimer.

I ricercatori guidati da Salvatore Oddo, neuroscienziato presso l’Arizona State University – Banner Health a Phoenix, in Arizona, hanno scoperto un nuovo modo in cui il morbo di Alzheimer (AD) colpisce il cervello. I risultati aprono la strada a un’area di ricerca completamente nuova, così come a nuovi bersagli farmacologici e, si spera, a nuove terapie.

Lo studio – pubblicato sulla rivista Nature Neuroscience – mostra, per la prima volta, il ruolo che il processo di necroptosi gioca nello sviluppo dell’Alzheimer.

Il termine ” necroptosi ” descrive uno dei vari modi in cui una cellula può morire.

Questo tipo di morte cellulare è una cosiddetta forma programmata di necrosi ed è causata da tre proteine: RIPK1, RIPK3 e MLKL.

Fino ad ora, era noto che questo tipo di morte cellulare – dove i neuroni esplodono e muoiono – si verifica in malattie neurodegenerative come la sclerosi multipla e la malattia di Lou Gehrig.

Tuttavia, Oddo e il team hanno voluto sapere se il processo è attivato anche nell’Alzheimer e, in tal caso, come le tre proteine ​​attivano il processo.

Necroptosi identificata per la prima volta in AD

Per fare ciò, i ricercatori hanno analizzato i campioni del cervello umano postmortem di diverse coorti del programma Brain and Body Donation presso il Banner Sun Health Research Institute e il Mount Sinai VA Medical Center Brain Bank.

Alcuni dei campioni di cervello erano appartenuti a pazienti con malattia di Alzheimer e alcuni campioni di cervello sano erano usati come controlli.

Usando i campioni di cervello, Oddo e colleghi hanno misurato i livelli delle tre proteine ​​implicate nella necroptosi. Hanno preso le misure da una regione del cervello chiamata il giro temporale – un’area nota per essere gravemente colpita dalla perdita neuronale durante l’Alzheimer.

Le misurazioni hanno indicato che i livelli delle proteine ​​RIPK1 e MLKL erano più alti nei cervelli AD rispetto ai cervelli di controllo. Dato che queste proteine ​​sono marker per la necroptosi, questi risultati preliminari hanno dato ai ricercatori la prima idea che la forma programmata di necrosi possa effettivamente verificarsi in AD.

Successivamente, i ricercatori volevano vedere se potevano trovare prove per il secondo stadio della necroptosi nel cervello di Alzheimer.

Questo secondo stadio consiste in una reazione a catena tra le tre proteine. Innanzitutto, RIPK1 si collega a RIPK3 e lo attiva. In secondo luogo, RIPK3 si lega e attiva MLKL, che quindi attraversa alcune più trasformazioni biologiche, causando necroptosi.

Dopo aver analizzato l’mRNA e i livelli di proteine, i ricercatori hanno concluso che la necroptosi ha effettivamente avuto luogo nel cervello di AD.

Poi, Oddo e colleghi hanno esaminato i collegamenti tra le tre proteine ​​e la patologia conosciuta di AD. Vale a dire, gli scienziati hanno usato un modello statistico chiamato ” regressione logistica ordinale ” per analizzare i collegamenti con la densità della placca che di solito si costruisce all’interno del cervello di AD.

Hanno anche analizzato le potenziali associazioni con la cosiddetta stadiazione Braak – un metodo comune utilizzato per determinare lo stadio della malattia in Alzheimer e Parkinson.

I ricercatori hanno scoperto che la necroptosi era associata all’accumulo della proteina tau – un marker comune di AD.

Pertanto, la necroptosi sembra correlare con il grado di gravità della malattia.

Tuttavia, non è stata trovata alcuna correlazione tra l’attivazione della necroptosi e la placca beta-amiloide – un’altra caratteristica principale dell’AD. L’assenza di tale correlazione era sconcertante per i ricercatori.

Ulteriori indicazioni di necroptosi

Oddo e il team hanno fatto ulteriori scoperte che indicano che la necroptosi si svolge effettivamente nell’Alzheimer.

Una di queste scoperte è una correlazione negativa che hanno trovato tra il peso del cervello e l’espressione genetica della proteina RIPK1. Una perdita di peso e tessuto cerebrale sono ulteriori caratteristiche che segnalano uno stadio avanzato di AD.

Un altro risultato nello studio riguarda le prestazioni cognitive. I ricercatori hanno trovato una correlazione tra le proteine ​​RIPK1 e MLKL e punteggi inferiori su un test comune di prestazioni cognitive che i pazienti avevano assunto prima di morire.

Infine, i ricercatori volevano vedere se il blocco del processo di necroptosi avrebbe prevenuto la morte neuronale e il deterioramento cognitivo in un modello murino di AD.

In modo incoraggiante, hanno scoperto che, in effetti, l’inibizione dei percorsi proteici per prevenire la necroptosi ha anche ridotto la perdita di neuroni e aumentato le prestazioni cognitive dei topi.

“In questo studio, mostriamo per la prima volta che la necroptosi è attivata nella malattia di Alzheimer, fornendo un meccanismo plausibile alla base della perdita neuronale in questo disturbo”, afferma Winnie Liang, uno dei coautori dello studio.

L’autore principale commenta anche il significato dei risultati, dicendo:

Prevediamo che i nostri risultati stimoleranno una nuova area della ricerca sulla malattia di Alzheimer incentrata su ulteriori dettagli sul ruolo della necroptosi e sullo sviluppo di nuove strategie terapeutiche volte a bloccarlo”.

Salvatore Oddo, capo ricercatore

Scoperto un enzima che potrebbe fermare la diffusione del cancro. Farmajet news

Gli scienziati hanno identificato un nuovo meccanismo enzimatico che induce le cellule tumorali che stanno per emigrare per distruggere se stesse degradando le loro minuscole centrali elettriche, o mitocondri. Sperano che questa scoperta porti a nuovi trattamenti che possano impedire la diffusione dei tumori.
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Il cancro metastatico è difficile da prevenire. Potrebbe RIPK1 aiutare?

Il processo attraverso il quale le cellule tumorali si liberano dai loro siti primari e migrano nel tessuto vicino e distante è noto come metastasi.

È “la ragione principale ” che il cancro è una malattia così grave.

Una volta iniziata la metastasi, la malattia è molto più difficile da controllare e pochi tumori possono essere curati una volta che diventano metastatici.

Ad esempio, anche se solo il 5% circa dei tumori al seno nelle donne sono metastatici alla prima diagnosi, la stragrande maggioranza dei decessi è dovuta a metastasi.

Staccare dalla matrice extracellulare

In un rapporto sui risultati che è stato pubblicato di recente sulla rivista Nature Cell Biology , i ricercatori dell’Università di Notre Dame nell’Indiana spiegano come le cellule tumorali debbano prima staccarsi dalla matrice extracellulare – o lo “scaffold proteico” che normalmente detiene le cellule in posto – prima che possano iniziare a migrare.

Per liberarsi con successo, le cellule tumorali devono sconfiggere vari meccanismi che normalmente innescano la morte cellulare quando le cellule si staccano dalla matrice extracellulare. Man mano che i tumori si sviluppano, le loro cellule possono diventare resistenti a questi meccanismi.

Ricerche precedenti suggerivano che un tale meccanismo potesse funzionare aumentando l’ossidazione stress sulla cella, ma i dettagli sono rimasti “mal definiti”, si noti agli autori.

Il nuovo studio ha studiato un enzima cellulare chiamato protein chinasi 1 recettore-recettore (RIPK1), che era già noto per svolgere un ruolo in un tipo di morte cellulare chiamata necrosi.

Un nuovo ruolo sorprendente per RIPK1 nella morte cellulare

Mentre stavano indagando su RIPK1, gli scienziati furono sorpresi di scoprire che l’enzima sembrava avere un effetto sui mitocondri, suggerendo un ruolo in un tipo completamente diverso di morte cellulare.

“Pensavamo davvero”, spiega l’autore dello studio senior Zachary Schafer, professore associato di biologia del cancro, “questa sarebbe stata una storia di necrosi, ma non siamo stati in grado di vederne le prove e sapevamo che doveva esserci qualcosa mancavano.”

Lui ei suoi colleghi hanno rivelato che l’attivazione di RIPK1 mentre la cellula si stacca dalla matrice extracellulare innesca un processo chiamato mitofagia che degrada i mitocondri, che sono i piccoli compartimenti cellulari – a volte indicati come “centrali elettriche” – che forniscono la maggior parte dell’energia della cellula.

La mitofagia innesca ulteriori reazioni nella cellula distaccata che aumenta i livelli di specie reattive dell’ossigeno o i composti che causano l’ossidativo stress che porta alla morte cellulare.

Guardare i numeri mitocondriali ha cambiato radicalmente il nostro modo di pensare e ci ha focalizzato su un modo diverso in cui RIPK1 può far morire le cellule”.

Prof. Zachary Schafer

Ulteriori test hanno rivelato che il blocco del pathway RIPK1 rilevante ha promosso la formazione del tumore in un modello dal vivo.

Gli autori dello studio concludono che i loro risultati suggeriscono che il targeting dell ‘”induzione della mitophagia mediata da RIPK1″ potrebbe essere un modo efficace per fermare la diffusione dei tumori eliminando le cellule tumorali che si staccano dalla matrice extracellulare.