Quali alimenti dovresti mangiare se hai la pancreatite?

La pancreatite è una condizione grave che si verifica quando il pancreas si infiamma. Il pancreas è un organo che produce insulina ed enzimi digestivi. Gli stessi enzimi che aiutano la digestione possono a volte ferire il pancreas e causare irritazione. Questa irritazione può essere a breve o lungo termine.

Alcuni alimenti possono peggiorare il dolore addominale causato dalla pancreatite . È importante scegliere cibi che non peggiorino i sintomi e causino disagio durante il recupero dalla pancreatite.

Continuate a leggere per saperne di più sui migliori cibi da mangiare e quelli da evitare durante gli episodi di pancreatite.

I migliori cibi da mangiare per la pancreatite

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I fagioli e le lenticchie possono essere raccomandati per una dieta di pancreatite a causa del loro alto contenuto di fibre.

Il primo trattamento per la pancreatite a volte richiede che una persona si astenga dal consumare tutti i cibi e i liquidi per diverse ore o persino giorni.

Alcune persone potrebbero aver bisogno di un modo alternativo per ottenere un’alimentazione se non sono in grado di consumare le quantità necessarie affinché il loro corpo funzioni correttamente.

Quando un medico permette a una persona di mangiare di nuovo, probabilmente raccomanderà che una persona mangi piccoli pasti frequentemente durante il giorno ed eviti fast food, cibi fritti e cibi altamente lavorati.

Ecco un elenco di alimenti che possono essere consigliati e perché:

  • verdure
  • fagioli e lenticchie
  • frutta
  • cereali integrali
  • altri alimenti a base vegetale che non sono fritti

Questi alimenti sono raccomandati per le persone con pancreatite perché tendono ad essere naturalmente basso contenuto di grassi, il che facilita la quantità di lavoro che il pancreas deve fare per aiutare la digestione.

Frutta, verdura, fagioli, lenticchie e cereali integrali sono anche benefici a causa del loro contenuto di fibre. Mangiare più fibre può ridurre le possibilità di avere calcoli biliari o elevati livelli di grassi nel sangue chiamati trigliceridi. Entrambe queste condizioni sono cause comuni di pancreatite acuta .

Oltre alle fibre, gli alimenti sopra elencati forniscono anche antiossidanti . La pancreatite è una condizione infiammatoria e gli antiossidanti possono aiutare a ridurre l’ infiammazione .

Carni magre

Le carni magre possono aiutare le persone con pancreatite a soddisfare i loro bisogni proteici.

Trigliceridi a catena media (MCT)

Per le persone con pancreatite cronica , l’aggiunta di MCT alla loro dieta può migliorare l’assorbimento dei nutrienti. Le persone spesso consumano MCT in forma di supplemento come olio MCT. Questo supplemento è disponibile online  senza prescrizione medica.

Elenco degli alimenti da evitare con pancreatite

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L’alcol può aumentare il rischio di pancreatite cronica e dovrebbe essere evitato.

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Bere alcol durante un attacco di pancreatite acuta può peggiorare la condizione o contribuire alla pancreatite cronica.

L’uso cronico di alcol può anche causare alti livelli di trigliceridi, un importante fattore di rischio per la pancreatite.

Per le persone la cui pancreatite cronica è causata dall’abuso di alcool, bere alcol può causare gravi problemi di salute e persino la morte.

Cibi fritti e cibi ricchi di grassi

Cibi fritti e cibi ricchi di grassi, come hamburger e patatine fritte, possono essere problematici per le persone con pancreatite. Il pancreas aiuta con la digestione dei grassi, quindi gli alimenti con più grassi rendono il pancreas più duro.

Altri esempi di cibi ad alto contenuto di grassi da evitare includono:

  • latticini
  • carni lavorate, come hot dog e salsiccia
  • Maionese
  • patatine

Mangiare questi tipi di alimenti trasformati e ad alto contenuto di grassi può anche portare a malattie cardiache .

Carboidrati raffinati

La dietista registrata Deborah Gerszberg raccomanda che le persone con pancreatite cronica limitino l’assunzione di carboidrati raffinati , come il pane bianco e gli alimenti ad alto contenuto di zuccheri. I carboidrati raffinati possono portare al pancreas a rilasciare grandi quantità di insulina .

Gli alimenti ad alto contenuto di zucchero possono anche aumentare i trigliceridi. I livelli alti di trigliceridi sono un fattore di rischio per la pancreatite acuta.

Consigli dietetici per il recupero dalla pancreatite

Le persone che si stanno riprendendo dalla pancreatite possono scoprire di tollerare pasti più piccoli e più frequenti. Mangiare sei volte al giorno può funzionare meglio di tre pasti al giorno.

Una dieta moderata di grassi, che fornisce circa il 25% delle calorie da grassi, può essere tollerata da molte persone con pancreatite cronica.

La Cleveland Clinic raccomanda alle persone che si stanno riprendendo dalla pancreatite acuta di consumare meno di 30 grammi di grassi al giorno.

Suggerimenti per la prevenzione

Alcuni fattori di rischio per la pancreatite, come la storia familiare, non possono essere modificati. Tuttavia, le persone possono cambiare alcuni fattori dello stile di vita che influiscono sul rischio.

L’obesità aumenta il rischio di pancreatite, quindi raggiungere e mantenere un peso sano può aiutare a ridurre il rischio di sviluppare pancreatite. Un peso sano riduce anche il rischio di calcoli biliari, che sono una causa comune di pancreatite.

Bere grandi quantità di alcol e fumare aumenta anche il rischio di una persona per la pancreatite, quindi ridurre o evitare questi può aiutare a prevenire la condizione.

Altre opzioni di trattamento

integratori vitamine e sali minerali

Gli integratori di vitamine possono essere raccomandati e il tipo di vitamina si baserà sull’individuo.

Il trattamento per la pancreatite può comportare ospedalizzazione, liquidi per via endovenosa, farmaci antidolorifici e antibiotici . Un medico può prescrivere una dieta a basso contenuto di grassi, ma le persone che non sono in grado di mangiare per bocca possono aver bisogno di un modo alternativo di ricevere nutrimento.

Chirurgia o altre procedure mediche possono essere raccomandate in alcuni casi di pancreatite.

Le persone con pancreatite cronica possono avere difficoltà a digerire e ad assorbire determinati nutrienti. Questi problemi aumentano il rischio che la persona diventi malnutrita. Le persone con pancreatite cronica possono aver bisogno di assumere pillole enzimatiche digestive per aiutare la digestione e assorbire i nutrienti.

A seconda della persona, alcuni supplementi vitaminici possono essere raccomandati. I supplementi possono includere quanto segue:

  • multivitaminico
  • calcio
  • ferro
  • folati
  • vitamina A
  • vitamina D
  • vitamina E
  • vitamina K
  • vitamina B-12

Le persone dovrebbero chiedere al proprio medico se devono assumere un multivitaminico. Anche il consumo di quantità adeguate di liquidi è importante.

È anche importante parlare con un operatore sanitario prima di iniziare a prendere integratori, come l’olio MCT.

prospettiva

Secondo l’ Istituto Nazionale di Diabete e Malattie Digestive e Rene , la pancreatite acuta si risolve in genere dopo alcuni giorni di trattamento. Tuttavia, alcuni casi di pancreatite acuta possono essere più gravi e comportare un lungo ricovero in ospedale.

La pancreatite cronica è una malattia a lungo termine che può danneggiare in modo permanente il pancreas.

È essenziale rivolgersi al medico per la pancreatite, poiché entrambe le forme acuta e cronica possono avere gravi complicanze.

Seguire le raccomandazioni dietetiche può aiutare le persone a migliorare i sintomi della pancreatite e consentire in alcuni casi una ripresa più rapida.

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Quali sono le cause del prurito alle gambe? Farmajet news

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Il prurito alle gambe può essere molto fastidioso. Nella maggior parte dei casi è dovuto alla pelle secca, ma può rappresentare anche una reazione allergica o un problema circolatorio. Ecco alcuni rimedi naturali

Il prurito alle gambe è un disturbo molto diffuso, del quale soffrono sia le donne che gli uomini, anche se le prime sono maggiormente colpite da questa sintomatologia. Le cause possono essere molteplici, sicuramente si tratta di un problema dermatologico, che può essere la pelle secca o un’infezione, ma spesso, dietro ad un semplice disturbo si possono nascondere problemi ben più gravi, come quelli che riguardano la circolazione sanguigna o le allergie.

Se il prurito alle gambe dura solo qualche giorno non c’è da preoccuparsi, se invece persiste, bisogna cercare di comprendere quale sia la sua causa scatenante. Spesso, ad esempio, tale fastidio si manifesta dopo aver indossato i collant o degli indumenti troppo stretti e ciò non è colpa dei vestiti, ma può essere una reazione allergica a qualche componente, come l’elastan, giusto per fare un esempio.

Le allergie si possono manifestare anche a seguito dell’applicazione di creme o prodotti per la cosmesi e la detersione. Generalmente, in molti casi di allergia il prurito è accompagnato da rossori diffusi o eritemi nella parte interessata o puntini rossi sulla pelle.
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Per alleviare il prurito alle gambe è opportuno idratare bene la zona interessata

Quando si ha la pressione alta, inoltre, è probabile che questo fastidio diventi molto frequente e che interessi entrambe le gambe, con un prurito molto intenso, perché spesso è accompagnato da problemi a livello renale e da problemi glicemici.

Il prurito può essere anche dovuto alle vene varicose, al formicolio, a crampi, alla ritenzione idrica e alla cellulite, che possono essere, in ogni caso, complicazioni legate alla circolazione del sangue. In tutti questi casi, è indispensabile dedicarsi all’attività sportiva, con attività cardio leggera, che interessi soprattutto gli arti inferiori. Ricordiamoci che per stare bene basta una camminata al giorno della durata di mezz’ora.

 PRURITO ALLE GAMBE: RIMEDI NATURALI

Per combattere tale fastidio si può ricorrere ai rimedi naturali, che daranno un rapido sollievo. Vediamone alcuni:

  • Creare un impasto di miele e polvere di cannella e applicarlo sulle gambe;
  • Creare un impasto di farina d’avena e acqua calda;
  • Applicare sulle gambe un po’ di Vicks Vaporub;
  • Effettuare un lavaggio con menta piperita o con aceto di mele o aceto di vino e acqua;
  • Applicare del gel all’aloe vera per ridurre il prurito alle gambe. L’aloe vera è un vero toccasana, per tale ragione, se compare questo disturbo è possibile applicare anche delle creme o degli altri prodotti che la contengano;
  • Utilizzare oli naturali dopo ogni lavaggio, come oli di cocco, olio di mandorle, olio di vitamina E;
  • Effettuare una miscela di acqua, aloe vera, bicarbonato e succo di limone;
  • Effettuare un lavaggio con the verde e olio di Melaleuca;
  • Applicare sulla zona interessata qualche goccia di olio di oliva cercando di far assorbire per bene;
  • Bere almeno un bicchiere di succo di pompelmo al giorno;
  • Evitare di esagerare con zuccheri e alimenti piccanti.
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    In gravidanza il prurito alle gambe è molto diffuso e può essere causato da una colestasi gravidica

    PRURITO ALLE GAMBE DOPO LA DOCCIA

    Questo fenomeno è normale ma si intensifica quando l’acqua è troppo fredda o troppo calda e si può alleviare con gli antistaminici. Il prurito alle gambe dopo la doccia, però, può avere anche altre cause e queste sono:

    • Xerosi. E’ una sintomatologia che si presenta con la pelle molto secca. Colpisce spesso gli anziani e spesso si verifica in inverno, con pelle secca, arrossata e screpolata.
    • Orticaria colinergica. Questa orticaria si presenta quando il nostro corpo diventa particolarmente caldo e ciò può essere dovuto all’acqua calda, all’attività fisica, ad indumenti pesanti, a coperte pesanti o a alimenti piccanti.
    • Orticaria acquagenica. Può stupire, ma alcune persone sono allergiche all’acqua e al contatto con essa la loro pelle sviluppa arrossamenti ed inizia un prurito diffuso.
    • Prurito acquagenico idiopatico. E’ molto simile all’orticaria acquagenica, poiché avviene una reazione della pelle, quando entra in acqua.

PRURITO ALLE GAMBE IN GRAVIDANZA

E’ molto diffuso e spesso è causato da intolleranze alimentarioppure da disturbi della pelle come l’orticaria. Se il prurito si presenta dal terzo mese di gravidanza potrebbe essere causato dalla colestasi gravidica, per la quale non si eliminano i sali biliari.

In questo caso il prurito diventa più intenso durante la notte ed è accompagnato da macchie. Per alleviare il fastidio del prurito o formicolio in gravidanza si possono usare: il talco mentolato, l’olio di mandorla o creme idratanti.

I LASSATIVI NATURALI, QUALI SONO E COME UTILIZZARLI.

I lassativi naturali come aloe, rabarbaro, senna, frangola e molti altri sono utilissimi per combattere la stipsi, però potrebbero avere delle controindicazioni quindi vediamo nel dettaglio quali prendere e come assumerli.
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La natura ci fornisce degli utili rimedi contro la stitichezza: gli antrachinoni, i lassativiche formano massa ed i prodotti emollienti.

Essi non sono dei farmaci, non richiedono prescrizione medica e sono di facile reperibilità. Inoltre, essendo naturali e spesso anche biologici, sono indicati anche per le donne in gravidanza, gli anziani ed i bambini.

Vediamoli nel dettaglio: gli antrachinoni si trovano nella corteccia e nelle foglie di aloe vera, rabarbaro, senna, cascara e frangola (una buona tisana con corteccia di frangola essiccata da almeno un anno e in polvere ha un potere lassativo maggiore rispetto a quella non essiccata). Essi agiscono richiamando, una volta nell’intestino, ioni di cloruro, acqua e sodio nel lume intestinale, migliorando l’idratazione delle feci e di conseguenza la loro espulsione.

Semi di Psyllium – sono i più consigliabili, poiché richiamano una maggiore quantità di acqua rispetto agli altri e fungono anche da prebiotici. Questi semi hanno anche la capacità di ridurre le scariche diarroiche, per cui sono indicati anche nei casi di diarrea acuta e nella prevenzione di patologie intestinali quali colon irritabile, emorroidi, ecc -, cruscagomma di Guarsemi di IspaghulMetilcellulosaGlucomannanoAgar e Calcio polycarbophil sono invece lassativi che apportano fibra, aumentano la massa fecale e migliorano la peristalsi. Essi funzionano meglio se assunti prima dei pasti, insieme a molta acqua.
Il loro effetto, a differenza di altri tipi di lassativi, non è immediato: agiscono dopo 12/72 ore. Bisogna far attenzione poiché un uso eccessivo di agenti formanti massa può portare al blocco intestinale e l’uso di alcuni di questi agenti, come ad esempio le gomme, è sconsigliato in caso di ulcere, stenosi ed erosioni, in quanto esse possono aderire alla mucosa.

lassativi emollienti sono oli vegetali: l’olio di ricino (dall’importante effetto purgante), l’olio di oliva (se assunto lontano dai pasti ed in quantità superiore ai 30 ml, ma dall’alto apporto calorico) e l’olio di mandorle puro (3 cucchiaini al giorno, delicato e poco calorico).

lassativi naturali, adatti per risolvere episodi di stitichezza di breve durata (nel caso di stipsi prolungata è sempre meglio consultare un medico, il quale fornirà una terapia mirata), riescono ad aumentare la frequenza delle evacuazioni e a contrastare la stipsi, come i lassativi di sintesi.

Come questi ultimi, però, hanno delle controindicazioni, e l’uso prolungato o improprio (per esempio al fine di dimagrire) può portare altri disturbi, quali diarrea, assuefazione, disbiosi (alterazione della flora batterica), perdita di minerali (i disturbi elettrolitici possono essere dati soprattutto dagli antrachinoni) e colon atonico: è consigliabile, dunque, assumerli con cautela.

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Perche si ingrossano i linfonodi inguinali ? Farmajet news

I linfonodi inguinali ingrossati possono essere conseguenza di diversi fattori. Per questo motivo, prima di allarmarsi, è bene rivolgersi al proprio medico per un consulto specialistico.
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Questi si trovano nella zona della coscia, e più specificatamente nella zona inguinale. Si dividono in linfonodi superficiali e linfonodi profondi. I primi si trovano al di sotto della cute e sono pochi. Quelli profondi, invece, si trovano ad un livello più profondo dell’epidermide in una zona conosciuta come triangolo femorale. Il loro numero varia tra le 3 e le 5 unità. I linfonodi superficiali ricevono la linfa da genitali, basso addome, lombari, ano, perineo, natiche, cosce e gambe. In seguito, viene distribuita ai linfonodi inguinali profondi, che comunicano con i linfonodi iliaci esterni.

Tra le cause ci sono le malattie sessualmente trasmissibililinfonodi_inguinali_ingrossati_02

CAUSE PRINCIPALI DEI LINFONODI INGUINALI INGROSSATI

linfonodi inguinali ingrossati sono un segnale che qualcosa all’interno del nostro corpo non funziona correttamente. Le cause possono essere molteplici e quindi, prima di allarmarsi, è importante rivolgersi al proprio medico per un consulto.

Solitamente le cause sono da attribuire alle infezioni, ai deficit del sistema immunitario, alle reazioni a un farmaco ma anche ai tumori. Nei casi più banali può invece dipendere da un eccessivo sforzo fisico.

I sintomi sono l’aumento della dimensione del linfonodo, la comparsa di dolore e la maggiore sensibilità della zona cutanea. In altri casi, invece, sono asintomatici, appaiono duri e fermi e può comparire sudorazione notturna.

INFEZIONI

Le infezioni che contribuiscono a fare ingrossare questi linfonodi si riferiscono alle malattie sessualmente trasmissibili. Le principali sono la sifilide, la gonorrea, l’ulcera venerea (cancroide), il linfogranuloma venereo e l’herpes genitale.

Inoltre il fenomeno può dipendere da infezioni virali, tra cui la mononucleosi e l’orchite, e da infezioni batteriche a carico di pelle e tessuti sottocutanei. Tra queste la toxoplasmosi e la peste bubbonica.

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Può essere anche una reazione ad alcuni farmaci

DEFICIT DEL SISTEMA IMMUNITARIO

Anche le malattie sistemiche possono determinare l’ingrossamento dei linfonodi nella zona inguinale. Tra queste, le principali sono l’artrite reumatoide, la sarcoidosi e il lupus. Il fenomeno, però si verifica solo quando la patologia è allo stadio avanzato.

Un’altra causa, che solitamente si verifica nei soggetti più giovani, è la linfadenite.

L’AIDS, in particolare, può determinare l’ingrossamento dei linfonodi ed abbassare le difese immunitarie con relative conseguenze.

OSTRUZIONE DEL SISTEMA LINFATICO

Con l’ostruzione del sistema linfatico gli arti inferiori appariranno visibilmente gonfi e percepibili al tatto.

ALLERGIE

linfonodi inguinali ingrossati possono essere un effetto collaterale ad alcuni farmaci e vaccini. I principali sono alcuni di quelli che vengono prescritti in caso di gotta ed epilessia. Inoltre, anche la penicillina, la pirimetamina e i sulfamidici possono provocare l’ingrossamento dei linfonodi.

Per quanto riguarda i vaccini, noti è questo effetto collaterale nel vaccino trivalente e nelle vaccinazioni contro il tifo.

TUMORI

Tra i tumori che possono causare l’ingrossamento dei linfonodi inguinali ci sono le leucemie, i melanomi e i linfomi (linfoma di Hodgkin e il linfoma non-Hodgkin). Anche i tumori agli organi pelvici con metastasi determinano il fenomeno.Quando l’ingrossamento è dovuto a un tumore, solitamente vuol dire che il tumore maligno si è esteso ad altre regioni del corpo.

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Il consulto medico potrà fare chiarezza sul caso

CONSEGUENZE

I linfonodi inguinali ingrossati possono, a seconda della causa, determinare la comparsa di altri sintomi. Tra questi, comuni sono il mal di testa, la febbre, i dolori muscolari e tendinei, la stanchezza e il mal di gola.

QUANDO PREOCCUPARSI

Come descritto, le cause che possono determinare i linfonodi ingrossati nella zona dell’inguine sono differenti. Per questo motivo non bisogna subito preoccuparsi perché il sintomo può essere curato anche in poco tempo.

È però fondamentale rivolgersi ad un medico per un consulto e una visita approfondita specialmente quando l’ingrossamento persiste o peggiora. Altri campanelli d’allarme sono la presenza di bruciore, calore e fastidio localizzato. Inoltre, bisogna fare attenzione se i linfonodi appaiono duri o immobili, se si nota un’inspiegabile perdita di peso.

DIAGNOSI

Per avere certezza della causa, il medico dovrà fare una visita approfondita. Dopo aver raccolto tutte le informazioni utili, procederà con la prescrizione di alcuni test. In particolar modo, potrà richiedere un’ecografia, degli esami del sangue e una TAC. Per una diagnosi definitiva, se il caso lo richiede, potrà essere importante sottoporre il paziente ad una biopsia. In questo modo, si potrà conoscere la natura del linfonodo ingrossato.

Un nuovo farmaco anti-ictus ha superato con successo le sperimentazioni cliniche preliminari

Un nuovo farmaco anti-ictus ha superato con successo le sperimentazioni cliniche preliminari, portando i suoi sviluppatori ad entusiasmare il suo potenziale come un trattamento più efficace, meno probabilità di essere accompagnato da eventi di salute indesiderati.
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Questo farmaco sperimentale potrebbe proteggere dagli effetti avversi dei tradizionali trattamenti anti-ictus?

L’ictus , un evento cardiovascolare, si verifica quando l’apporto di sangue del cervello è ostruito, il che significa che un’area del cervello non riceve abbastanza ossigeno.

Il tipo più comune di ictus è l’ictus ischemico , che è causato da un coagulo di sangue che ostruisce un vaso sanguigno.

Negli Stati Uniti, più di 795.000 persone hanno un ictus all’anno, secondo i Centers of Disease Control and Prevention (CDC). L’ictus è anche responsabile di 1 su 20 decessi ogni anno.

Il trattamento per l’ictus ischemico acuto viene eseguito somministrando l’attivatore del plasminogeno tissutale (tPA), che è l’unico farmaco approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) per il trattamento dell’ictus. Questo tipo di farmaco agisce dissolvendo i coaguli di sangue ostruenti, in modo da consentire al sangue di fluire normalmente di nuovo.

Tuttavia, il tPA presenta una serie di carenze, compreso il fatto che deve essere somministrato entro una finestra temporale piuttosto breve – 4,5 ore dall’evento – e che a volte è accompagnato da gravi complicazioni , come l’emorragia intracranica.

La strada per un trattamento affidabile

Nel tentativo di trovare un trattamento aggiuntivo che possa proteggere contro alcuni di questi effetti, gli scienziati dello Scripps Research Institute (TSRI) di La Jolla, in California, hanno sviluppato un nuovo farmaco chiamato 3K3A-APC.

Il farmaco è una variante ingegnerizzata della proteina C attivata , che normalmente gli esseri umani producono. È stato collegato alla regolazione della coagulazione del sangue e ad alcuni aspetti della risposta infiammatoria del corpo.

Una sperimentazione clinica preliminare di fase II di 3K3A-APC ha finora suggerito che il farmaco è sicuro da usare negli esseri umani.

“Questi risultati gettare le basi per i prossimi passi verso l’approvazione della FDA”, dice John Griffin, che è stato uno dei ricercatori coinvolti nello sviluppo del farmaco sperimentale.

Il successo di questo studio clinico è stato riportato alla International Stroke Conference 2018 , tenutasi a Los Angeles, in California.

Studi preclinici che testavano l’efficacia e la sicurezza del nuovo farmaco sono stati condotti dal laboratorio di Griffin presso il TSPI, in collaborazione con quello del dott. Berislav Zlokovic, dello Zilkha Neurogenetic Institute della University of Southern California a Los Angeles, CA.

I test iniziali suggeriscono che il farmaco sperimentale non solo ha diminuito qualsiasi danno compatibile con l’ictus, ma ha anche schermato il cervello dalle complicazioni normalmente causate dal tPA.

La medicina sperimentale ha effetti protettivi

Questo nuovo studio clinico è stato controllato con placebo, il che significa che l’effettiva efficacia del farmaco è stata testata contro un placebo . Si proponeva anche di confermare quanto una dose elevata del farmaco sperimentale sarebbe sicura per i partecipanti umani.

Pertanto, gli scienziati hanno reclutato 110 persone che avevano avuto un ictus ischemico acuto e che stavano seguendo il trattamento con tPA, trombectomia intra-arteriosa o entrambe le terapie.

I partecipanti – tutti di età compresa tra i 18 ei 90 anni – sono stati seguiti per un periodo di 90 giorni, in quanto sono stati somministrati diverse dosi del farmaco sperimentale.

Gli scienziati hanno sperimentato quattro diversi dosaggi: 120, 240, 360 e 540 microgrammi per chilogrammo. Tutti e quattro i livelli di dose – compreso quello più alto – sono stati ben tollerati dai soggetti, quindi i ricercatori li hanno dichiarati sicuri per l’uso umano.

Inoltre, il farmaco è stato visto per funzionare bene in termini di risultati relativi a emorragia intracranica o emorragia cerebrale.

È stato riscontrato che il farmaco ha contribuito a ridurre sia il volume totale delle emorragie, sia la quantità di sangue “trapelata” e l’incidenza di emorragia, o quanto spesso i partecipanti hanno vissuto questo evento in modo significativo.

“La tendenza osservata verso i tassi di emorragia inferiore è coerente con le nostre aspettative basate sul meccanismo di azione del farmaco e sull’attività negli studi sugli animali”, afferma il dott. Patrick Lyden, uno dei ricercatori coinvolti nell’attuale sperimentazione clinica.

Ma aggiunge che “[i risultati] dovrebbero essere confermati in un più ampio studio clinico”. Questo, spiegano i ricercatori, sarà il loro prossimo passo. Mirano a ottenere finalmente l’approvazione della FDA per il farmaco sperimentale.

Alzheimer: scoperto il nuovo meccanismo di perdita delle cellule cerebrali

Un nuovo studio potrebbe modificare gli attuali approcci terapeutici per la malattia di Alzheimer, in quanto gli scienziati scoprono un nuovo percorso di morte cerebrale coinvolto nella condizione.
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Una nuova ricerca svela un meccanismo che fa sì che i neuroni – mostrati qui – muoiano nella malattia di Alzheimer.

I ricercatori guidati da Salvatore Oddo, neuroscienziato presso l’Arizona State University – Banner Health a Phoenix, in Arizona, hanno scoperto un nuovo modo in cui il morbo di Alzheimer (AD) colpisce il cervello. I risultati aprono la strada a un’area di ricerca completamente nuova, così come a nuovi bersagli farmacologici e, si spera, a nuove terapie.

Lo studio – pubblicato sulla rivista Nature Neuroscience – mostra, per la prima volta, il ruolo che il processo di necroptosi gioca nello sviluppo dell’Alzheimer.

Il termine ” necroptosi ” descrive uno dei vari modi in cui una cellula può morire.

Questo tipo di morte cellulare è una cosiddetta forma programmata di necrosi ed è causata da tre proteine: RIPK1, RIPK3 e MLKL.

Fino ad ora, era noto che questo tipo di morte cellulare – dove i neuroni esplodono e muoiono – si verifica in malattie neurodegenerative come la sclerosi multipla e la malattia di Lou Gehrig.

Tuttavia, Oddo e il team hanno voluto sapere se il processo è attivato anche nell’Alzheimer e, in tal caso, come le tre proteine ​​attivano il processo.

Necroptosi identificata per la prima volta in AD

Per fare ciò, i ricercatori hanno analizzato i campioni del cervello umano postmortem di diverse coorti del programma Brain and Body Donation presso il Banner Sun Health Research Institute e il Mount Sinai VA Medical Center Brain Bank.

Alcuni dei campioni di cervello erano appartenuti a pazienti con malattia di Alzheimer e alcuni campioni di cervello sano erano usati come controlli.

Usando i campioni di cervello, Oddo e colleghi hanno misurato i livelli delle tre proteine ​​implicate nella necroptosi. Hanno preso le misure da una regione del cervello chiamata il giro temporale – un’area nota per essere gravemente colpita dalla perdita neuronale durante l’Alzheimer.

Le misurazioni hanno indicato che i livelli delle proteine ​​RIPK1 e MLKL erano più alti nei cervelli AD rispetto ai cervelli di controllo. Dato che queste proteine ​​sono marker per la necroptosi, questi risultati preliminari hanno dato ai ricercatori la prima idea che la forma programmata di necrosi possa effettivamente verificarsi in AD.

Successivamente, i ricercatori volevano vedere se potevano trovare prove per il secondo stadio della necroptosi nel cervello di Alzheimer.

Questo secondo stadio consiste in una reazione a catena tra le tre proteine. Innanzitutto, RIPK1 si collega a RIPK3 e lo attiva. In secondo luogo, RIPK3 si lega e attiva MLKL, che quindi attraversa alcune più trasformazioni biologiche, causando necroptosi.

Dopo aver analizzato l’mRNA e i livelli di proteine, i ricercatori hanno concluso che la necroptosi ha effettivamente avuto luogo nel cervello di AD.

Poi, Oddo e colleghi hanno esaminato i collegamenti tra le tre proteine ​​e la patologia conosciuta di AD. Vale a dire, gli scienziati hanno usato un modello statistico chiamato ” regressione logistica ordinale ” per analizzare i collegamenti con la densità della placca che di solito si costruisce all’interno del cervello di AD.

Hanno anche analizzato le potenziali associazioni con la cosiddetta stadiazione Braak – un metodo comune utilizzato per determinare lo stadio della malattia in Alzheimer e Parkinson.

I ricercatori hanno scoperto che la necroptosi era associata all’accumulo della proteina tau – un marker comune di AD.

Pertanto, la necroptosi sembra correlare con il grado di gravità della malattia.

Tuttavia, non è stata trovata alcuna correlazione tra l’attivazione della necroptosi e la placca beta-amiloide – un’altra caratteristica principale dell’AD. L’assenza di tale correlazione era sconcertante per i ricercatori.

Ulteriori indicazioni di necroptosi

Oddo e il team hanno fatto ulteriori scoperte che indicano che la necroptosi si svolge effettivamente nell’Alzheimer.

Una di queste scoperte è una correlazione negativa che hanno trovato tra il peso del cervello e l’espressione genetica della proteina RIPK1. Una perdita di peso e tessuto cerebrale sono ulteriori caratteristiche che segnalano uno stadio avanzato di AD.

Un altro risultato nello studio riguarda le prestazioni cognitive. I ricercatori hanno trovato una correlazione tra le proteine ​​RIPK1 e MLKL e punteggi inferiori su un test comune di prestazioni cognitive che i pazienti avevano assunto prima di morire.

Infine, i ricercatori volevano vedere se il blocco del processo di necroptosi avrebbe prevenuto la morte neuronale e il deterioramento cognitivo in un modello murino di AD.

In modo incoraggiante, hanno scoperto che, in effetti, l’inibizione dei percorsi proteici per prevenire la necroptosi ha anche ridotto la perdita di neuroni e aumentato le prestazioni cognitive dei topi.

“In questo studio, mostriamo per la prima volta che la necroptosi è attivata nella malattia di Alzheimer, fornendo un meccanismo plausibile alla base della perdita neuronale in questo disturbo”, afferma Winnie Liang, uno dei coautori dello studio.

L’autore principale commenta anche il significato dei risultati, dicendo:

Prevediamo che i nostri risultati stimoleranno una nuova area della ricerca sulla malattia di Alzheimer incentrata su ulteriori dettagli sul ruolo della necroptosi e sullo sviluppo di nuove strategie terapeutiche volte a bloccarlo”.

Salvatore Oddo, capo ricercatore

Scoperto un enzima che potrebbe fermare la diffusione del cancro. Farmajet news

Gli scienziati hanno identificato un nuovo meccanismo enzimatico che induce le cellule tumorali che stanno per emigrare per distruggere se stesse degradando le loro minuscole centrali elettriche, o mitocondri. Sperano che questa scoperta porti a nuovi trattamenti che possano impedire la diffusione dei tumori.
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Il cancro metastatico è difficile da prevenire. Potrebbe RIPK1 aiutare?

Il processo attraverso il quale le cellule tumorali si liberano dai loro siti primari e migrano nel tessuto vicino e distante è noto come metastasi.

È “la ragione principale ” che il cancro è una malattia così grave.

Una volta iniziata la metastasi, la malattia è molto più difficile da controllare e pochi tumori possono essere curati una volta che diventano metastatici.

Ad esempio, anche se solo il 5% circa dei tumori al seno nelle donne sono metastatici alla prima diagnosi, la stragrande maggioranza dei decessi è dovuta a metastasi.

Staccare dalla matrice extracellulare

In un rapporto sui risultati che è stato pubblicato di recente sulla rivista Nature Cell Biology , i ricercatori dell’Università di Notre Dame nell’Indiana spiegano come le cellule tumorali debbano prima staccarsi dalla matrice extracellulare – o lo “scaffold proteico” che normalmente detiene le cellule in posto – prima che possano iniziare a migrare.

Per liberarsi con successo, le cellule tumorali devono sconfiggere vari meccanismi che normalmente innescano la morte cellulare quando le cellule si staccano dalla matrice extracellulare. Man mano che i tumori si sviluppano, le loro cellule possono diventare resistenti a questi meccanismi.

Ricerche precedenti suggerivano che un tale meccanismo potesse funzionare aumentando l’ossidazione stress sulla cella, ma i dettagli sono rimasti “mal definiti”, si noti agli autori.

Il nuovo studio ha studiato un enzima cellulare chiamato protein chinasi 1 recettore-recettore (RIPK1), che era già noto per svolgere un ruolo in un tipo di morte cellulare chiamata necrosi.

Un nuovo ruolo sorprendente per RIPK1 nella morte cellulare

Mentre stavano indagando su RIPK1, gli scienziati furono sorpresi di scoprire che l’enzima sembrava avere un effetto sui mitocondri, suggerendo un ruolo in un tipo completamente diverso di morte cellulare.

“Pensavamo davvero”, spiega l’autore dello studio senior Zachary Schafer, professore associato di biologia del cancro, “questa sarebbe stata una storia di necrosi, ma non siamo stati in grado di vederne le prove e sapevamo che doveva esserci qualcosa mancavano.”

Lui ei suoi colleghi hanno rivelato che l’attivazione di RIPK1 mentre la cellula si stacca dalla matrice extracellulare innesca un processo chiamato mitofagia che degrada i mitocondri, che sono i piccoli compartimenti cellulari – a volte indicati come “centrali elettriche” – che forniscono la maggior parte dell’energia della cellula.

La mitofagia innesca ulteriori reazioni nella cellula distaccata che aumenta i livelli di specie reattive dell’ossigeno o i composti che causano l’ossidativo stress che porta alla morte cellulare.

Guardare i numeri mitocondriali ha cambiato radicalmente il nostro modo di pensare e ci ha focalizzato su un modo diverso in cui RIPK1 può far morire le cellule”.

Prof. Zachary Schafer

Ulteriori test hanno rivelato che il blocco del pathway RIPK1 rilevante ha promosso la formazione del tumore in un modello dal vivo.

Gli autori dello studio concludono che i loro risultati suggeriscono che il targeting dell ‘”induzione della mitophagia mediata da RIPK1″ potrebbe essere un modo efficace per fermare la diffusione dei tumori eliminando le cellule tumorali che si staccano dalla matrice extracellulare.

Come posso abbassare i miei livelli di insulina?

L’insulina è un ormone che il corpo utilizza per ottenere energia dai carboidrati nel cibo. Senza l’insulina, i livelli di zucchero nel sangue di una persona possono accumularsi troppo in alto e causare danni al corpo, specialmente ai reni, ai nervi delle mani e dei piedi e agli occhi.

Idealmente, c’è un equilibrio tra zucchero nel sangue e insulina nel corpo. Esistono tuttavia alcuni casi in cui l’insulina non funziona come dovrebbe, costringendo il corpo a produrre una quantità eccessiva di insulina. Questo è noto come resistenza all’insulina , che è un fattore di rischio per lo sviluppo del diabete , nonché una caratteristica primaria del diabete di tipo 2 .

Una persona che è resistente all’insulina e vuole mantenere un peso e un corpo sani può aver bisogno di controllare i loro livelli di insulina.

Molti dei passi associati a una migliore resistenza all’insulina sono già considerati abitudini salutari che molte persone farebbero bene ad adottare comunque. Diamo un’occhiata ad alcuni di loro in questo articolo.

Tre consigli dietetici

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L’avocado può aiutare a mantenere bassi i livelli di insulina e di zucchero nel sangue.

1. Mangiare cibi che mantengono bassi i livelli di zucchero nel sangue

Spesso, gli alimenti che mantengono bassi i livelli di zucchero nel sangue sono anche alimenti che contribuiranno a mantenere bassi i livelli di insulina.

Alcuni alimenti sono noti per mantenere un bisogno più lento e costante di insulina invece di causare picchi improvvisi. Questi sono noti come alimenti a basso indice glicemico e sono fonti preferite di carboidrati .

Il Consiglio per il diabete raccomanda di mangiare i seguenti alimenti per mantenere bassi i livelli di insulina e glicemia:

  • avocado
  • Banana
  • mirtillo
  • cannella
  • aglio
  • miele
  • burro di arachidi
  • farina d’avena a cottura lenta
  • aceto
  • yogurt senza zuccheri aggiunti

2. Evitare cibi che causano picchi di insulina

Proprio come ci sono alimenti che sono utili per abbassare i livelli di insulina, ci sono alcuni che causano picchi. Questi includono alimenti ad alto contenuto di zucchero, come caramelle e cioccolatini.

Frutta secca e bevande energetiche possono anche essere fonti di zucchero che portano a picchi di insulina. Evitare questi alimenti può aiutare a mantenere bassi i livelli di insulina.

Secondo un articolo della rivista Diabesity , mangiare una dieta a basso contenuto di carboidrati può aiutare a ridurre i livelli di insulina di una persona, nonché a promuovere la perdita di peso e abbassare la pressione sanguigna .

Ci sono diversi tipi di diete a basso contenuto di carboidrati che una persona può scegliere, a seconda di quanti carboidrati sono autorizzati a consumare. Gli esempi includono l’ Atkins , South Beach e la dieta mediterranea , che favorisce i carboidrati provenienti da fonti salutari e ricche di fibre, come grano e fagioli. Include anche frutta, verdura, noci, olio d’oliva e pesce.

Quattro cambiamenti nello stile di vita

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Esercitare regolarmente e perdere peso può aiutare ad abbassare i livelli di insulina.

1. Perdere peso

Se una persona è in sovrappeso, la perdita di peso può probabilmente aiutarli a ridurre i livelli di insulina, secondo la Federazione Internazionale di Ginecologia e Ostetricia . Questo perché l’eccesso di peso e il grasso corporeo sono associati all’insulino-resistenza e quindi a un aumento del livello di insulina.

Il legame tra il grasso corporeo e l’eccessiva insulina è il motivo per cui molti medici raccomandano che le donne con sindrome dell’ovaio policistico (PCOS) perdano peso. Questa sindrome induce una donna a produrre quantità eccessive di ormoni “maschili” conosciuti come androgeni e quantità eccessive di insulina.

Perdere peso non è facile per le donne con PCOS, né è facile per chiunque abbia una condizione correlata agli ormoni. Tuttavia, alcuni cambiamenti nello stile di vita possono rendere possibile la perdita di peso. Perdere peso può causare livelli di insulina più bassi.

2. Esercitare regolarmente

Adattarsi in 60 minuti di esercizio su base giornaliera o più sessioni di 15 o 30 minuti può essere molto utile. L’esercizio può includere camminare, fare una lezione di ginnastica, andare in bicicletta o prendere parte ad un’altra attività fisica che fa battere il cuore più velocemente.

3. Impegnarsi in un allenamento di resistenza

Secondo un altro articolo della rivista Diabesity , l’allenamento di resistenza migliora la massa muscolare, il che aumenta la quantità di glucosio che una persona usa e fa funzionare l’insulina in modo più efficiente.

4. Prendere provvedimenti per ridurre lo stress

Lo stress può portare a una produzione eccessiva di insulina perché il corpo sta tentando di rilasciare più insulina da utilizzare con i carboidrati per produrre energia. Le misure per ridurre lo stress includono:

  • dormire abbastanza di notte
  • prendendo da 15 a 30 minuti ogni giorno per fare qualcosa di divertente
  • journaling
  • meditazione

supplementi

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I supplementi di cromo possono aiutare a migliorare l’efficacia dell’insulina, che potrebbe aiutare a ridurre i livelli di insulina.

Alcuni studi hanno sostenuto l’uso di integratori nel ridurre i livelli di insulina.

Uno studio , pubblicato su Annals of Nutrition & Metabolism , ha rilevato che le donne in sovrappeso che assumevano un integratore alimentare costituito da 125 milligrammi (mg) di tè verde , 25 mg di capsaicina e 50 mg di estratto di zenzero due volte al giorno hanno determinato una diminuzione maggiore in peso corporeo e livelli di insulina rispetto a quelli che hanno assunto un placebo .

Un altro supplemento che è stato ampiamente studiato per i suoi benefici di abbassare l’insulina è il cromo, che è un minerale traccia rinvenuto nel corpo umano. Supplementi di cromo possono aiutare a migliorare l’efficacia dell’insulina, che idealmente, contribuirebbe a ridurre i livelli di insulina nel complesso.

Gli studi non hanno definitivamente dimostrato i benefici del cromo nell’abbassare l’insulina, ancora. Tuttavia, uno studio pubblicato su The Journal of Nutrition ha rilevato che l’assunzione di integratori di cromo riduce il rischio di diabete di tipo 2 contribuendo a ridurre i livelli di glucosio e di insulina nel sangue.

medicazione

A volte, i medici prescriveranno un farmaco noto come metformina. Questo medicinale rende il corpo più sensibile all’insulina, che può aiutare a ridurre i livelli di insulina perché il corpo lo usa di più.

Secondo il Centro per la salute delle giovani donne , le donne con PCOS in sovrappeso, che praticavano uno stile di vita salutare e che assumevano metformina avevano maggiori probabilità di perdere peso rispetto a quelle donne che adottano da sole uno stile di vita sano.

Tuttavia, esistono effetti collaterali di assunzione di metformina, quindi non è sempre la soluzione migliore per le donne con PCOS o quelle con condizioni mediche simili.

prospettiva

L’eccesso di insulina nel corpo è noto per influenzare il modo in cui funziona il corpo.

Ad esempio, l’eccesso di insulina innesca il corpo per immagazzinare il grasso in più, che può essere scomposto e utilizzato per l’energia in un secondo momento. L’insulina promuove la fame e l’aumento di peso.

Secondo un articolo di ricerca in Current Obesity Reports , alti livelli di insulina sono associati a un maggior rischio di obesità .

Una dieta salutare, l’esercizio fisico e la moderazione dello stress possono aiutare tutti a combattere l’eccesso di insulina per abbassare i loro livelli.

Una persona dovrebbe sempre parlare con il proprio medico prima di iniziare una nuova dieta o nuovi integratori per assicurarsi che non interferiscano con il loro piano di farmaci o la salute generale.

Dieta depurativa per fegato e intestino. Ecco cosa mangiare

Quando ci sentiamo stanche e spossate o dopo un periodo di eccessi alimentari, quello che ci vuole è una dieta disintossicante, povera di grassi e proteine e ricca di alimenti depurativi e digeribili per eliminare le tossine e far ripartire l’organismo con una marcia in più
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Ogni tanto, l’organismo ha bisogno di liberarsi dalle tossine che si accumulano quotidianamente e un valido aiuto per il raggiungimento di questo obiettivo è la dieta disintossicante, un regime alimentare che aiuta a depurarsi. Quotidianamente il nostro organismo è esposto all’accumulo di sostanze tossiche, le cause possono essere varie, da periodi molto stressanti ad abitudini alimentari scorrette. Il fegato e l’intestino sono i due organi più soggetti all’accumulo di tossine.

Il fegato, in particolare, viene messo a dura prova dagli eccessi alimentari finendo col rallentare l’attività metabolica dell’intero organismo. Inoltre, se la quantità di tossine da metabolizzare è eccessiva, la sua capacità depurativa si satura e tali sostanze permangono in circolo facendoci sentire stanche, svogliate e appesantite.

Per liberare il fegato e l’intestino da questo sovraccarico, vi suggeriamo un esempio di regime alimentare che regali un nuovo sprint a tutti i vostri organi vitali. Attraverso l’alimentazione corretta si può ripulire il sangue dalle sostanze tossiche grazie alle proprietà depurative di alcuni alimenti inseriti all’interno di un regime alimentare povero di grassi e proteine, pensato per essere facilmente digeribile.

Prima di iniziare la dieta disintossicante, è sempre preferibile chiedere consiglio al proprio medico, il quale vi indicherà se idonea o meno alle vostre caratteristiche fisiche e di salute.

Vediamo quindi nel dettaglio:

  • Perché disintossicare il fegato
  • Le regole per il benessere dell’organismo
  • Dieta disintossicante: menu

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Per liberare il fegato e l’intestino dalle tossine accumulate, periodicamente è opportuno intraprendere una dieta disintossicante povera di grassi e proteine

PERCHÉ DISINTOSSICARE IL FEGATO

Disintossicare l’organismo rappresenta un metodo naturale per aiutare l’eliminazione delle tossine alle quali siamo esposti ogni giorno tramite il cibo, l’ambiente e così via. Inoltre disintossicarsi aiuta anche a dimagrire. Ma perché è importante mantenere il fegato pulito?

Il fegato è uno degli organi più importanti del nostro corpo e svolge numerose funzioni essenziali come, ad esempio,metabolizzare i farmaci e l’alcol consentendoci di smaltirli insieme a tante altre sostante tossiche e scorie che accumuliamo.

Per evitare che la sua attività venga compromessa può essere utile depurarlo attraverso una dieta disintossicante. I vantaggi di un fegato pulito e perfettamente funzionante sono molteplici: innanzitutto si verifica un rafforzamento del sistema poiché la depurazione agevola la funzionalità delle cellule deputate alla difesa dell’organismo.

Quando si è liberi dalle tossine migliora anche l’assorbimento delle sostanze nutritive degli alimenti e scompaiono eventuali problemi intestinali come stipsi, alitosi, gonfiore addominale e colite. Nondimeno, la vostra pelle, le vostre unghie e i capelli appariranno più lucenti che mai grazie alla rinnovata ossigenazione dei tessuti.

Depurare il fegato, infine, è anche un ottimo metodo per dimagrire perché le tossine sono responsabili di ritenzione idrica e cellulite. Dunque, il regime alimentare ipocaloricocome quello della dieta disintossicante, aiuta a perdere peso e centimetri.

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Depurare l’organismo è un metodo naturale per aiutare l’eliminazione delle tossine alle quali siamo esposti ogni giorno tramite il cibo e l’ambiente

LE REGOLE PER IL BENESSERE DELL’ORGANISMO

Per contribuire alla buona salute del nostro organismo, non dovremmo soltanto ricorrere a una dieta disintossicante periodicamente, l’ideale sarebbe adottare delle semplici regole quotidiane che rendano più salutare il nostro stile di vita.

Prima di tutto, bisogna agire sull’alimentazione, mangiare in modo equilibrato non significa stare sempre a dieta, ma preferire un’alimentazione sana a cibi spazzatura e fast food.

Largo, allora, ad alimenti detox amici della salute come verdure cotte e crude, frutta, da consumare almeno cinque volte al giorno e alimenti integrali, ricchi di fibre, capaci di rallentare i processi di intossicazione dell’organismo.

Importante, è bere molta acqua e limitare anche il consumo di salumi, formaggi e alcolici, poiché i grassi saturi possono causare colesterolo alto e ristagno dei liquidi mentre l’alcool incide sulla buona ossigenazione delle cellule, due processi che influiscono molto sull’accumulo di tossine nell’organismo.

Un alimentazione sana è la base per assumere la giusta quantità di fibre, vitamine, sali minerali e antiossidanti,elementi molto importanti per il funzionamento del metabolismo e per eliminare l’accumulo di scorie.

In secondo luogo, bisogna agire sul comportamento. Stress, nervosismo, ansia, sono tutti stati d’animo che contribuiscono a intossicarci. Cercate il modo di rallentare i ritmi che vi stressano, praticate yoga o semplicemente ritagliatevi degli spazi tutti per voi in cui ascoltare il silenzio, leggere un buon libro, fare una dormita fuori orario. Il vostro organismo ringrazierà.dieta4

Per mantenere l’organismo in salute è necessario agire sullo stile di vita migliorando l’alimentazione e riducendo lo stress

Aiutare fegato, reni e intestino ad eliminare l’eccessivo accumulo di tossine dal corpo si può, seguendo le regole che abbiamo appena descritto, per dare uno sprint in più all’organismo, ogni tanto, si possono seguire alcuni giorni di dieta disintossicante, pensati per depurare l’organismo in modo più profondo.

L’azione depurativa è piuttosto forte, per questo, si consiglia di non eseguirla più di una volta al mese, salvo casi particolari da concordare con il proprio dietologo o nutrizionista. Il nostro consiglio è di fare la dieta disintossicante non più di tre o quattro giorni al mese.

Per alleggerire e stimolare l’attività del fegato il risveglio è il momento adatto per l’idratazione. Bevete sempre uno o due bicchieri d’acqua a digiuno e alla colazione abbinate un centrifugato di mele, carote e lime. Ideale anche come spuntino.

A colazione è concesso un po’ di caffè ma per un’azione ancor più disintossicante preferite tè verde o tisane. Per completare il primo pasto della giornata, alternate un paio di fettine di pane integrale o gallette di riso con un velo di marmellataagli agrumi, ad uno yogurt magro.

A merenda, sia a metà mattina sia a metà pomeriggio, potete puntare di nuovo sul centrifugato di carota, mela e lime oppure scegliere tra una mela, una manciata di frutti di bosco, una pera o una manciatina di noci.

Per i più golosi va bene anche un bicchiere di latte di riso con un po’ di cacao amaro. Potete consumare tisane senza zucchero a volontà, ideali quelle di tarassaco, melissa e radice di cicoria.

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Questa dieta si può seguire per circa tre o quattro giorni al mese e prevede l’assunzione di molti liquidi, cereali integrali, verdure e frutta che contribuiscono all’eliminazione delle tossine

A pranzo non devono mai mancare le verdure, la cicoria, ad esempio, è molto utile per depurare il sangue, le carote che sono ricche di vitamine utili al benessere cellulare e il carciofo che favorisce il processo digestivo.

Una porzione di cereali integrali (orzo, pasta integrale o riso integrale) con verdure e un frutto rappresentano un pasto disintossicante. Da alternare a una porzione di legumi abbinati ad un’insalata mista e un frutto o ad una fetta di pollo o di pesce magro con contorno di verdure o un’insalata mista e un frutto.

Anche a cena le verdure restano una costante, meglio se frullate in un passato oppure abbinate al riso in un bel minestrone. Se preferite i secondi, preparate del pollo arrosto o del pesce magro con un contorno di insalata o verdure cotte e una fettina di pane integrale.

Infine, prestate attenzione ai condimenti, preferite sempre l’olio extravergine di oliva meglio se a crudo. Questo tipo di olio, infatti, ha la capacità di ridurre il colesterolo cattivo, e ha un’azione disintossicante sul fegato e coadiuvante della buona digestione.

Se vi piace, aggiungete anche un po’ di aglio ai vostri piatti, contiene una sostanza chiamata allicina che, assunta in piccole quantità, aiuta la depurazione del fegato e contribuisce all’eliminazione delle tossine dall’organismo. per depurare il fegato consigliamo il cardo mariano puro biodisponibile da assumere due capsule la mattina a digiuno per 2 mesi per avere un fegato depurato e pulito da grassi e scorie azotate.

Che cos’è la Cistite? Farmajet news

Quando si parla di cistite sintomi e rimedi devono essere ben chiari così da poter correre ai ripari tempestivamente evitando conseguenze più gravi . Eccovi alcuni consigli, come riconoscerla, come curarla e come prevenirlacistite

La cistite è un’infezione delle basse vie urinarieche si manifesta con una infiammazione della mucosa vescicale e che porta con sè una serie di sintomi che sarà importante conoscere per individuare subito il problema e ricorrere quindi ad una cura e dei rimedi.

Si tratta di un problema molto frequente per le donne ma che può colpire anche i maschi adulti, sebbene con un’incidenza molto bassa.

fattori di rischio più significativi della cistite per una donna sono: frequenti rapporti sessuali che, a causa della penetrazione favorirebbero l’ingresso di batteri, uso di contraccettivi come il diaframma e lo spermicida, l’uso inappropriato di antimicrobici che andrebbero ad influire negativamente sulla flora batterica vaginale, nonché fattori fisiologici come la distanza media dell’uretra dall’ano più corta di alcuni millilitri.

Le cause principali dell’infiammazione sono la risalita verso la vescica di batteri di origine vaginali, fecale o uretrale. In linea generale non è necessario chiamare il medico: se ne ha già sofferto una donna sa quali sono i sintomi di una cistite e, pertanto, è in grado di curarsi da sola con farmaci da banco o prodotti naturali.

Al contrario, è consigliabile interpellare un dottore se l’urina diventa maleodorante, compare la febbre oltre i 38 gradi, compaiono vomito o nausea e dolori addominali.

Vediamo insieme quali sono, per la cistite, sintomi e cure, nonché consigli per la prevenzione.

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CISTITE: SINTOMI E PRIMI SEGNALI

Saper riconoscere i sintomi della cistite fin dalle primissime avvisaglie potrebbe essere utile per arrestarla sul nascere ed evitare fastidi e dolori maggiori. Eccovi un elenco dei sintomi dell’infiammazione che dovrebbero essere un campanello d’allarme.

Cistite sintomi donne:

  • bisogno continuo di urinare che comporta una riduzione del volume vuotato;
  • bruciore o dolore durante la minzione, talvolta accompagnato da brividi;
  • tenesmo vescicale, ovvero uno spasmo doloroso che precede l’urgente bisogno di fare pipì;
  • urine torbide che possono diventare maleodoranti;
  • difficoltà nell’urinare che comporta una minzione lenta o scarsa;
  • presenza di sangue nelle urine.

Se l’infezione dovesse complicarsi è possibile che compaia febbre accompagnata a dolori lombari e brividi di freddo; in questo caso è probabile che l’infezione si sia propagata alle alte vie urinarie e si debba intervenire con una cura antibiotica, pertanto si dovrà consultare il medico. I sintomi della cistite sono simili anche nell’uomo.

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Uno dei sintomi è difficoltà nell’urinare

La diagnosi di una cistite può avvenire anche tramite l’esame fisico-chimico delle urine (urinocultura), mirato alla ricerca di batteri associati alla presenza di leucociti e, talvolta, tracce ematiche.

L’urinocultura solitamente non è necessaria o quasi superflua, potrebbe diventare indispensabile, però, se venite colpite da cistite in modo ricorrente o vi sono sintomi che possono far pensare ad una infezione renale.

Negli altri casi, la maggior parte delle volte, i risultati di laboratorio pervengono quando l’infiammazione è già passata…sarebbe solo uno spreco di tempo e soldi.

CISTITE: RIMEDI E CURA

Curare la cistite fin dai primi sintomi è essenziale, ed è altrettanto importante, farlo con estrema accuratezza in modo da non entrare nel circolo vizioso delle ricadute.

L’uso di antibiotici è sconsigliato, nonché spesso inutile. I farmaci, che solitamente vengono prescritti per combattere la cistite, sono antimicrobici e chemioterapici che vanno assunti per un ciclo di almeno 4-5 giorni, comunque secondo quanto riportato nel bugiardino o prescritto dal medico.

Di recente sono stati messi appunto alcuni nuovi trattamenti contro la cistite a base di acido ialuronico e condroitinsolfato, maggiormente indicati per le forme gravi o le recidive.

In ogni caso, qualunque sia la cura che dovrete seguire, è essenziale bere molta acqua per pulire le vie urinarie.

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Bere acqua aiuta a prevenire e curare la cistite

La cistite può essere curata anche con rimedi naturali efficaci che sfruttano le virtù antinfiammatorie e calmanti di molte piante. Tra i prodotti naturali più adeguati, l’uva ursina sembra essere una dei più efficaci.

Potrete, ad esempio, preparare una tisana a base di foglie sminuzzate di Uva ursina, betulla (diuretica) e timo (analgesico e antinfiammatorio).

Per quanto riguarda gli alimenti da evitare durante l’infiammazione, sono sconsigliati alimenti proteici di origine animale, i cereali, le prugne ed i mirtilli, caffè, alcol, bevande a base di caffeina, peperoncino e cibi speziati.

La prevenzione è un fattore importante nella lotta alla cistite, pertanto non dimenticate di bere sempre molta acqua, fare pipì ogni volta che ne avete bisogno, non assumere cibi e bevande che possono irritare l’intestino; urinare sempre prima di andare a letto e dopo un rapporto sessuale e, infine, curate la stitichezza perché la stipsi favorisce la contaminazione del tratto urinario.